1982: Basket Case

Regia – Frank Henenlotter

“They didn’t want him to live. But he fooled them. He didn’t die, he just got stronger. Oh, If you only knew what it was like. Duane and I kept hidden from everyone. We’re the both of us so messed up. I don’t know which one of us is worse… “

Pupazzoni. In stop motion. Palloni di plastica con delle mani attaccate.  Lucciconi agli occhi perché, nella scena in cui Belial sfascia la stanza d’albergo,  ti viene voglia di abbracciarti Basket Case e tenertelo sempre accanto sul comodino, facendogli un’affettuosa carezzina ogni tanto. E diciamo la verità: Belial ce lo saremmo adottato tutti.  E non è un fatto di nostalgia nei confronti del cinema spazzatura dei tempi che furono.  È una cosa diversa, è la consapevolezza di avere di fronte un film pieno di idee geniali, pieno di spunti, inventiva, pieno anche di concetti. Sì, concetti, quelle robe brutte e passate di moda che se fai tanto di azzardarti a inserirle in un prodotto dell’orrore ti ridono dietro per sei mesi.

Henelotter non è quello che si potrebbe definire un intellettuale. Basta dare una rapida occhiata alla sua filmografia da regista per rendersi conto di come sia uno che sguazza nella serie B da sempre.  Con quella gioia un po’ squinternata che è tipica degli alfieri del cinema di genere basato soprattutto su una creatività esplosiva, spesso mal supportata da budget inadeguati. Ma alla mancanza di denaro si supplisce con delle sceneggiature che ancora oggi andrebbero studiate e con delle soluzioni di regia che (e non storcete il naso voi laggiù con gli occhiali che vi vedo) non esito a definire eleganti. Perché quando sei obbligato a inventarti i nomi sui titoli di coda che pare brutto mettere sempre gli stessi quattro, quando giri senza permessi in fretta e furia, quando hai a disposizione il nulla, devi per forza essere bravo. E che Henenlotter fosse bravo non è da mettere in discussione. Esiste un film come Basket Case a dimostrarlo.

1982, l’inizio del decennio d’oro, quando l’horror significava incasso sicuro. Una quantità di film spropositata che si riversava nelle sale cinematografiche, un’orgia di mostri, assassini mascherati, tette generosamente esposte, sangue a fiumi e violenza per tutti i gusti.  Per molti (di sicuro per me) la formazione culturale cinematografica si basa sugli horror di questo ben determinato e circoscritto periodo storico. Basket Case è un cult dell’epoca. Non posso averlo visto al cinema la prima volta. Avevo quattro anni. Ma sicuramente ricordo di aver posseduto un VHS e di averlo consumato perché, cazzo, la scena in cui Belial fa secca la dottoressa infilandole tutti i bisturi in faccia era troppo bella. Perché c’era lo splatter e c’era un’atmosfera scalcinata, che allora non riuscivo ancora a comprendere quanta disperazione e degrado trasudasse. E quanto fosse in realtà malinconica e triste. Lo squallido alberghetto in cui vivono i protagonisti, le strade periferiche di New York illuminate dai neon, il bar in cui Duane si va a ubriacare. Ambienti poveri e spogli, in parte a causa del budget limitato, in parte grazie a delle scelte precise. O a una concomitanza tra i due fattori che ha congiurato nel dare a Basket Case una patina unica di sporcizia che resta impressa anche oggi, trent’anni dopo la sua distribuzione.

Perché la storia che Basket Case ci racconta è sporca: due gemelli siamesi, uno sano, l’altro deforme. Un padre che decide di operare in maniera brutale e clandestina il figlio e di strappargli il fratello di dosso come se fosse un’escrescenza. Solo che questo fratello è vivo, pensa, soffre e sopravvive. Da lì la vendetta, prima sul padre responsabile del tentativo di separare i due bambini. Poi sui medici che hanno eseguito l’operazione. In mezzo, un tentativo abortito di una storia d’amore che va a finire malissimo, un legame molto forte che progressivamente si tramuta in odio reciproco e la ricerca, da parte di entrambi i fratelli, di una dimensione di normalità che gli sarà sempre preclusa.

Basket Case è un film che solo nel 1982 poteva essere realizzato. E anche allora ebbe qualche piccolo problema, come quando la troupe abbandonò il set perché scandalizzata dalla scena della morte di Terri Susan Smith. Un momento in cui non sai se sentirti male, ridere, piangere o fare tutte e tre le cose insieme tanto per non farti mancare niente. Ed è anche una scena in cui quasi nulla viene mostrato. Basta un campo lungo sul corpo della ragazza, basta il movimento del pupazzo di Belial su di lei e un po’ di sangue quando Duane, impazzito, lo stacca dal cadavere e finalmente capiamo che cosa è successo. Perché un certo tipo di sessualità morbosa, sopra le righe, sconfinante nel grottesco, è da sempre parte integrante della filmografia di Henenlotter. Ed è sufficiente dare un’occhiata al suo ultimo, bellissimo, Bad Biology per rendersene conto. Sì, ho appena detto che Bad Biology è bellissimo e non me lo rimangio. Dico sempre a voi con gli occhiali in ultima fila. Fate silenzio o vi mando Belial.  A casa. Dentro una cesta.

Al di là della facile ironia che si può fare sull’escrescenza di cartapesta con gli occhi illuminati di rosso, sulla goffaggine degli effetti speciali e sulla recitazione spesso parrocchiale, Basket Case non è un sottoprodotto di cui prendersi gioco. Basket Case è un film serissimo, adulto e che si prende il lusso di affrontare certe tematiche (solitudine, sentimenti frustrati, emarginazione sociale, impotenza) attraverso il meccanismo tipico del cinema di serie B: inserendole quasi di nascosto e permettendo di godersi il film sia a uno spettatore in cerca di semplici esposizioni di tette e frattaglie, sia a quello più smaliziato che preferisce cercare il metaforone annidato per ogni dove.  Negli anni ’80 era così. Le riflessioni si nascondevano tra un’inquadratura e l’altra e spettava a noi scegliere se coglierle o meno. Figuriamoci se Henenlotter si metteva lì a imboccare il pubblico. Cazzi vostri. Io vi racconto la storia di un siamese perfido e deforme che se ne va in giro ad ammazzare allegramente. Voi potete vederci quello che preferite. Di sicuro non ve lo spiego.

Scegliere Basket Case come rappresentante del 1982 dovrebbe essere abbastanza indicativo di come intendo io il cinema dell’orrore e la sua storia. Una storia di stenti, privazioni e infime produzioni allo sbando. Di attori obbligati a correre nudi per strada in pieno inverno col rischio di essere arrestati, di finali cambiati all’ultimo secondo perché, spiacenti, non c’è il budget e non ci sono i mezzi per girare quanto scritto in sceneggiatura. E in tutto questo casino, è un miracolo vero che escano fuori film come Basket Case. Ed è un miracolo che a dirigerli ci fosse gente come Henenlotter che in questo cinema da guerriglia ci si trova a casa e ancora si divertirebbe un mondo, se solo qualcuno gli desse due lire per mettere in scena le sue ossessioni a base di parassiti e deformità. Se solo ci fossero ancora produttori, magari squattrinati e un po’ cialtroni, ma con abbastanza palle da finanziare una storia che abbia la stessa potenza di un Basket Case.

Ve lo ripeto: non è nostalgia, è consapevolezza di quanto oggi sia impossibile portare sullo schermo certe cose. Non significa per forza che quello che vediamo in questi anni sia brutto. Manca solo di coraggio. E di quel pizzico di follia che portava Henelotter a mettere in scena un pupazzone gommoso triste e solo. E che ci faceva empatizzare con (e soffrire per) il suddetto pupazzone gommoso triste e solo.

E alzi la mano chi non si sarebbe subito adottato Belial.

20 commenti

  1. thriller87 · · Rispondi

    Di Henenlotter mi è piaciuto da matti “Brain damage”. Questo l’ho cercato molte volte , ma senza trovarlo. Arghhh!!!!

    1. Brain damage è stupendo, ma secondo me questo gli è superiore. Io sono riuscita a reperirlo piuttosto facilmente. Sempre facendomi lunghi bagni in gelidi torrenti 😉

  2. What’s in the basket? 😀
    Rivisto di recente, rigorosamente in originale…. io adoro questi film anni ’80 cosi’ naif negli effetti speciali. Il pupazzone gommoso e’ 1000 volte meglio certa computer grafica odierna …. approvo e sottoscrivo tutta la recensione

    1. Immagina rifatto oggi con Belial in computer grafica…brrrrr 😀

  3. la alzo io!
    Ho già adottato il mostro de IL Tunnel dell’orrore,anzi come dico io intellettuale occhialuto da battaglia:ovvove.
    Di questo regista ho visto Bad Biology,che reputo film a sè.Nel senso che questo regista per quanto possa esser criticabile ha un suo potente stile e poi vabbè a me metti una Mantide in un film e subito lo reputo un capolavoro-come i primi minuti di basic instict-recupererò questo Basket Case che da molti è osannato.Noi occhialuti si sappia sosteniamo Morandini,ma siamo anche curiosi e guardiamo seriamente al cinema bis,certo che di fronte a uno suqalo di cartapesta..ma dai!

    ps:io frequento biblioteche,amo i libri e tutta la retorica sulla carta.Nondimeno in questi tempi ci sono alcune possibilità tecnologiche.Sono di carattere,su ogni cosa,un tradizionalista,ma mica posso fermare l’evolversi dei tempi.
    Certo non amo la democratizzazione,tuttavia è anche vero che fra molti ebook,ci saranno e ci sono dei preziosi tesori.Conta la storia.Per esempio su http://lenincolt.wordpress.com ne trovate di bellissime,entusiasmanti ,che bruciano la carta e smagnetizzano gli ebook!^_^ Pubblicità alla mia megalomania di scrittore da blog,rigorosamente da blog.Quindi:leggete,leggete,leggete,che sia libro normale o elettronico.E recuparate i classici dico a voi tamarri che vi nascondete in ultima fila!^_^

    1. Ma Belial è più cuccioloso e triste del mostro di Funhouse! Te lo giuro, fa una tenerezza e una pena che neanche ti immagini, piccino lui…voi occhialuti, se vi becca Morandini a guardare Basket Case vi toglie gli occhiali e li calpesta come in Prendi i soldi e scappa. SALLO!

      1. e io fremerei un po’ di piacere per il suo insano gesto,audace!^_^

  4. Ricordo una vecchia intervista di Henenlotter,rilasciata alla rivista Horror nel 1990 in cui dichiarava di cercare finanziamenti per il terzo capitolo di B.C.
    Peccato che il modo di far cinema sia cambiato e che lui sia rimasto solo un altra meteora. Peccato davvero…:(

    1. Però ancora lavora. Ha fatto da poco un documentario su Gordon Lewis che devo recuperare a ogni costo. E Bad Biology è appena del 2008. Io spero possa tornare dietro la macchina da presa, magari con un’altra storia folle e squinternata come piacciono a lui 😀

  5. Non ho visto il film ma mi interessa molto la riflessione che fai in merito alla lettura della pellicola su più livelli. Sono assolutamente d’accordo. Ormai non esiste quasi più l’idea di lasciare spazio allo spettatore. La trama deve essere chiara, evidente e univoca. Nessuna interpretazione. Nessun dubbio. Il cervello e la sensibilità dello spettatore passano in secondo piano. Che sia io a guardare il film o un vedovo di 70 anni (per fare un esempio) è lo stesso. Tanto la nostra vita e la nostra esperienza non contano nulla e non vanno ad inficiare una visione che diventa solo un’assunzione passiva di immagini e storie. Non c’è più dialogo tra film e spettatore ma solo un monologo che chi guarda si limita a subire. In fondo è un po’ quello che sta succedendo anche ai rapporti umani di questi tempi…

    1. Io credo che oggi chi va al cinema, soprattutto a vedere un certo tipo di film con l’etichetta “disimpegnato” voglia solo mettere il cervello in stand by e non pensare a niente.
      Per me il cinema di genere non è mai stato questo. Solo che è davvero difficile trovare cose che spingano a un minimo di riflessione e rielaborazione, che ti facciano interagire col film, partecipare e magari discuterne una volta terminato. E’ tutto facile, tutto schematico, tutto già pronto.
      E non è più bello come un tempo.
      Non so se la cosa sia attribuibile anche ai rapporti umani. Non vorrei che si arrivasse a tanto, ma è certo che quando l’espressione “artistica” (brutta parola) diventa così arida, si inaridisce un po’ tutto.

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Purtroppo non posso che vedere la cosa come la triste e logica conseguenza della solita artificiosa divisione del cinema in categorie e sottocategorie dove si è deciso a priori cosa siano arte, contenuto e “qualità” e quali temi -sempre gli stessi, a costo di bruciare anche quel poco di buono che emerge nell’asfittico e frantumapalle filone “realista”- debbano essere trattati da un film perchè questo possa aspirare a far parte della santissima trinità di cui sopra…va da sè che in questo panorama il prodotto cosiddetto disimpegnato è “meglio” che mantenga un basso profilo fin dal principio (o che si adegui all’andazzo, anche quando sarebbe possibile fare di meglio) e cosa importa se in questo modo viene completamente tradita la lezione del cinema di genere, la sua dignità e tutto quello che era capace di trasmetterti fregandosene di steccati e confini “culturali” creati dall’intellighenzia (come no) di casa nostra, in special modo…se poi consideriamo il problema oltreoceano, la situazione è ben poco favorevole a un autentico Henenlotter style o anche a chi ci si volesse solo avvicinare, perchè a un horror non si chiede più di affrontare certe tematiche in queste forme (dimenticandosi di quanto la cosa funzionasse a suo tempo) e, fatta salva la presenza di un ristretto manipolo di coraggiosi, non interesserebbe proprio vedergliele affrontare le tematiche (di qualsiasi tipo, ed è puro menefreghismo che non c’entra un cazzo con gusti e/o sensibilità)…

  6. Aaaah, mi mancava questa rubrica… *O*

    1. E la prossima settimana tocca a un colosso vero 😀

      1. Curiosità appalla! 😀

  7. narratore74 · · Rispondi

    E finalmente un film che anche io ho visto!
    Belissimo, anche se devo ammettere che l’età in cui l’ho guardato non mi ha permesso di comprendere appieno tutte le sfumature. Però mentre leggevo capivo, e questo deve essere un segnale forte di quanto mi sia rimasto impresso.
    L’ho detto e lo ripeto: non ci sono più i film di una volta, e per quanto mi rattristi, ho paura che non ci saranno più…

  8. Io alzo la mano, perché il povero Belial un po’ schifo me l’ha fatto.

    Però Basket Case l’ho trovato geniale nella sua artigianale e trashissima cupezza.
    Mi era venuta anche la curiosità di vedere i seguiti, ma mi rendo conto che non sarebbero la stessa cosa.

    P.S.
    Bentornata in pianta più stabile, mi mancavano le tue recensioni!! ❤

  9. Helldorado · · Rispondi

    Visto molto tempo fa…brrr! Recensione davvero notevole, ma non vorrei passare per un ruffianaccio!
    😀

  10. LordDunsany · · Rispondi

    Al solito, bel commento!! 😀 L’ho visto e l’ho trovato piuttosto piacevole, devo però ammettere di non amare molto il settore “deformità”; attendo con curiosità il “colosso” 🙂

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