At The End of The Day

Regia – Cosimo Alemà (2011)

Capita almeno una volta all’ anno. Si annuncia la realizzazione di un film italiano di genere e con un chiacchiericcio inquietante si attacca a parlare di rinascita. Poi il film in questione esce e si rivela una bufala di proporzioni cosmiche, oppure un buon prodotto che però arriva in quattro sale ad agosto e a cui, soprattutto, fa seguito il nulla assoluto. Almeno fino all’ anno successivo, in cui si ricomincia a discutere di un piccolo horror girato nella spaghetteria sotto casa e che segna, finalmente cazzo, ci voleva, l’ ennesima, effimera rinascita di un qualcosa che è morto e sepolto da almeno tre decadi.

Nel resto d’ Europa, si sa, l’ horror prospera e incassa. Non solo Francia, Inghilterra, Spagna, ma anche Danimarca, Svezia, Germania se ne escono con opere cinematografiche e televisive incentrate sull’ incubo e non solo, le esportano (a volte gli americani ne fanno remake istantanei, ma questo non fa che confermare la bontà dei prodotti originali), contribuendo così al perpetuarsi di un’ industria fiorente. Qui da noi, la sola idea di girare un film dell’ orrore (o di un altro genere che non sia il drammone ombelicale o la commedia per diversamente intelligenti) crea paradosso e scandalo. Quindi no, non esiste rinascita, non esiste una new wave del cinema di genere italiano. Non esiste niente. Tranne forse, pochissimi coraggiosi che ogni tanto ci provano e non sempre ci riescono. Nel caso di Cosimo Alemà e del suo At The End of The Day, l’ operazione survival va in porto e si merita anche gli applausi, nella speranza che l’ esperimento non si fermi qui e che vada avanti con altri film, magari meno derivativi e più personali.

Sette amici e una gita nei boschi per una partita di soft-air. Solita situazione di partenza: risate, nascita di storielle d’ amore, qualche accenno nella definizione dei caratteri giusto per introdurre e collegare una faccia a un nome, e poi il disastro. In quei boschi (non c’è nessuna identificazione spaziotemporale. La vicenda potrebbe svolgersi ovunque e in un qualsiasi momento degli ultimi quindici anni) vivono tre pazzoidi reduci da una guerra a caso che, mentre i ragazzini giocano con le armi giocattolo e i pallini di gomma, sparano e ammazzano sul serio.

Alemà gira il suo esordio in Italia (vicino Roma), con troupe e produzione italiane, ma saggiamente sceglie di utilizzare cast e lingua anglosassoni. Da un lato è un vero peccato, perché sottopone noi italici alla tortura del doppiaggio, ma a parte questa valutazione egoistica che però penalizza la visione del film in sala, la decisione di avvalersi di attori internazionali giova sia alla recitazione (non parrocchiale) che alla vendita del film all’ estero. Alemà deve aver capito che qui da noi non se ne esce vivi e allora ha realizzato At The End Of The Day con l’ intento preciso di sfruttare il mercato straniero. Non a caso, il film è stato acquistato dalla Universal ed è uscito in Giappone nelle sale e in Inghilterra e Germania in DVD.

I primi quindici minuti di film, lo abbiamo detto, sono meramente introduttivi e bisogna resistere alla tentazione di spegnere e dedicarsi ad altro. Abbiamo assistito tante di quelle volte alle dinamiche di gruppo proposte da Alemà che si fa strada il sospetto di star vedendo la solita copia di una copia di una copia. Ma fermarsi lì sarebbe molto grave, perché il regista sbriga subito le formalità  e ci trascina con un’ ottima gestione dei tempi, in un incubo senza via d’uscita.

I riferimenti del film sono evidenti sin dall’ inizio: si va da Deliverance a Southern Comfort, passando per i survival degli anni ’70, ma con un occhio puntato ai torture porn francesi di ultima generazione (mi viene in mente Frontiers, soprattutto per la fotografia e molte scelte stilistiche). Alemà fa bene a non nascondere la natura derivativa della sua opera prima. Affronta la materia senza presunzione e senza la pretesa di essere il primo uomo sulla terra a raccontare certe cose. L’ intento è quello di portare a casa un buon prodotto di genere, sporco, livido e pessimista quanto basta e di farlo esibendo capacità tecniche di un certo peso. La provenienza di Alemà dal mondo dei videoclip pesa fino a un certo punto. Forse esagera ogni tanto con la macchina a mano che sballonzola per ogni dove, e con dei primissimi piani un po’ troppo insistiti, ma non ci fa mancare degli splendidi campi lunghi su un paesaggio molto interessante e dei movimenti morbidi e fluidi (l’ ingresso di Lara nella stamberga dei cattivi). In una scena in particolare (non voglio rivelare niente, dico solo che c’ entra un laghetto) il regista esordiente è talmente bravo a gestire luci, macchina da presa, recitazione e montaggio, che viene quasi da gridare al miracolo.

At The End of The Day è un film violento ma non splatter. Il sangue appare in poche scene, ma  quando c’ è, l’ effetto shock è garantito e anzi, amplificato proprio dalla sporadicità con cui Alemà ne fa uso. La storia procede spedita e diretta, la tensione emotiva non viene mai a mancare e le morti avvengono con rapidità e senza compiacimento gratuito. Il finale, anche se intuibile sin dalla primissima scena, se si presta attenzione ai dialoghi, è tra i più cupi e beffardi a cui abbia mai assistito, superiore a molte produzioni americane dello stesso tipo. E anche qui, preferisco non spiegare il motivo per non rovinarvi la sorpresa.

Certo, il film ha i suoi difetti, che risiedono quasi tutti in una sceneggiatura con qualche cratere logico di troppo e che fa compiere ad alcuni personaggi azioni piuttosto insensate e sciocche. Inoltre, alcuni snodi della trama risultano confusi e poco chiari e sembrano messi lì solo per rendere ancora più morbosa e soffocante l’ atmosfera (i cani, ad esempio). Va comunque dato atto ad Alemà di aver preso la giusta decisione di non ammorbarci con le motivazioni dei reduci, dimostrando una profonda consapevolezza dei meccanismi della paura. I tre assassini che si aggirano nei boschi spaventano proprio perché (a parte un paio di foto che li identificano come ex militari e qualche dialogo sul passato di torturatore di uno di loro) uccidono per sport e senza un reale motivo di fondo. Niente società brutta e cattiva che crea i suoi mostri, grazie. Neanche lo spettro della guerra viene sfruttato come scusa, ma rimane sullo sfondo e appare più come un’ espediente per la perizia dei cattivi con le armi che un voler indagare i loro traumi pregressi e giustificare le loro azioni.

Il risultato finale è comunque positivo e non  per essere un film italiano, è positivo e basta. At The End of The Day è un bel film e un ottimo esordio. Adesso bisogna solo aspettare e vedere se Alemà avrà modo e voglia di cimentarsi con un progetto un po’ più originale e con meno debiti nei confronti di altre produzioni simili. Ma un piccolissimo passo in avanti è stato fatto.

13 commenti

  1. oh dae-soo · · Rispondi

    Come al solito grande Lucia.
    Sai che da quando ho recensito il film (subito, il primo giorno di programmazione) aspettavo/temevo/bramavo che lo vedessi anche te.

    Sono davvero contento che ti sia piaciuto così tanto.

    La scena del laghetto?
    L’ho citata anch’io come la migliore. Vogliamo dire che è una cazzo di scena capolavoro?

    Grande finale poi.
    Vabbè, ne riparleremo, ciao!

    1. Eh, io ci ho messo tanto perché l’ ho perso in sala che l’ hanno tenuto un paio d’ore e poi è scomparso dalla circolazione.
      La scena del laghetto sì, è il momento in cui il film ti conquista definitivamente.
      Un’ altra cosa che ho apprezzato molto è stata la colonna sonora, ma dato che sono scema, ho dimenticato di menzionarla nella recensione. Quasi quasi rimedio 😀

  2. Io sto Alemà ce l’ho in simpatia, sia per la sua storia personale letta non mi ricordo dove, in poche parole uno che ha fatto un botto di gavetta e si è fatto il suo percorso da solo, sia perchè è un puzzone con la barba incolta, sia perchè i suoi videoclip so’ belli, oh. AH e poi è anche musicista.

  3. l’intervista che trovi a questo link è bella, finalmente uno che parla normale. E poi c’è il signore col cappotto sullo sfondo, imperdibile.

    1. Sì, pure a me sta tanto simpatico e mi piace perché è uno che lavora con umiltà. Ci voglio bene, anzi, sai che ti dico?
      Un bel giovanotto, anche lui guascone. E sì, l’ intervista è interessante, ci piace pure quella, soprattutto quando dice che lui preferisce le storie disperate.

  4. Bellissima e come al solito sobria e misurata recensione (mi piace proprio come scrivi, Lucia: complimenti, se non te li avevo ancora fatti in modo così esplicito). Il film era tra le cose da vedere, ma il fatto che fosse italiano mi tratteneva assai (dopo la mia recensione a “Shadow” di Zampaglione, che ha ricevuto commenti a dir poco offensivi da parte di una nutrita e battagliera schiera di suoi fan, avevo deciso di non toccare più produzioni italiane, per carità). Forse lo vedrò, non lo so. Ma le tue parole invogliano, direi 🙂

    1. Grazie Angelo, se troppo troppo troppo buono con me.
      E sì, mi ricordo la tua recensione e ricordo anche l’ avventarsi di uno strano bestiario sul tuo blog.
      A me Shadow non dispiacque. Un po’ troppo velleitario per i miei gusti, ma comunque godibile.
      Anche io ho problemi ad affrontare il cinema italiano. Ho optato per una soluzione vigliacca ma che mi toglie dagli impicci: se una cosa mi piace ne parlo, se non mi piace evito a priori così non rischio polemiche. Preferisco starmene tranquilla, qui sul mio blog e lasciare che la discussione si mantenga sempre su binari civili.
      COmunque At The End of The Day te lo consiglio, proprio perché non scimmiotta il nostro filone horror ottantesco che a te non piace, ma si rivolge altrove per i suoi riferimenti cinematografici.

  5. questo mi attizza anche a me, specie dopo la visione di quella fulciata di “ubaldo terzani horror show” (doppio yawn carpiato).
    ne parlavano benino anche sull’ultra snob duellanti.

    (ot) ma di kotoko di tsukamoto s’è già visto qualcosa in giro? quella si che si preannuncia una rinascita-

    1. Hai visto il terzani? Io no, che dici evito?
      Per quanto riguarda Tsukamoto non mi sembra ci sia in giro neanche un pidocchioso trailer. Io aspetto.

      1. terzani guardalo: c’è laura gigante, donna che mi ha fatto sbavare come cujo.
        il film è bizzarro, non riuscitissimo, un b movie pieno di citazioni e con un discreto villain decisamente sopra le righe…

  6. la società brutta e cattiva fa nascere queste cose http://lenincolt.wordpress.com
    visto che splinder sta per chiudere sto spostando i miei blog su altre piattaforme.Ora ho un bellissimo blog politico e una immane cazzata nata per pubblicare le mie storielle da pennivendolo,quale porto su word?Si,la
    seconda che hai detto!^_^

    Arriviamo al film che non ho visto,ma è sempre una cosa soddisfacente
    quando un prodotto italiano viene esportato all’estero.Bè,tranne la mafia,direi.Io non sono un appassionato di horror girati da italiani,però
    qualora riuscissimo a far prodotti per far abbassare il capo a quei fottuti francesi,che ben venga.Il dramma esimia sciura Lucia,è la crisi profonda che colpisce l’intero mondo cinematografico.Ebbene sì:melodrammoni e commedie a me fanno impazzire.Quindi qualora noi facessimo solo drammi e commedie non ci vedrei nulla di male,ma nemmeno in questo campo riusciamo a tirare fuori due cose decenti che siano due.Ozpetk,(no vabbè poi paio omofobo se attacco il reginetto della borghesia open mind e gaia),vabbè quei registi che parlano solo di drammi che riguardano una stretta minoranza e ambientano il tutto in una casa,non sono Bergman o Allen.Ma l’immagine illustrata di un harmony scritto con velleità.Cuore sacro,dio mio!Che orribile pellicola.Le commedie?Non dico Scola,ma almeno Festa Campanile.No,ci sono ste sgallettate e tipini con i faccini che dicono cazzate immani sull’ammore,sui maschi,le femmine.Roba che da giornalaio posso comprendere sulle riviste che le donne prendono,ma al cinema.
    Il pubblico stesso non è quello di una volta:mio padre commenta i film con jet li e il pelatone inglese,suggerisce a chuck norris le mosse,tifa steven seagal,ma lo sai che a mio padre forse piacerebbero i film del tuo paul?Ecco quel tipo di pubblico che VIVEVA il cinema dove è finito?Anestetizzato dalla bruttezza della mediocrita spacciata per roba fighissima..i film di ale e franz,ficarra e picone,buoni spunti ma deboli e mosci che poi al pubblico parte l’embolo.
    Quindi al di là del genere:speriamo nel buon cinema italico.Tanto ci spero
    che sto scaricando Il Bosco 1!
    ps:esistono buoni registi italici che mi piacciono come Garrone,ma non Gomorra, Sorrentino e poi Crialese.E poi c’è In The Market!^_^

    1. Ecco. Tuo padre è lo spettatore ideale. Anche io suggerisco le mosse (io a Vin Diesel, però). Ma è un pubblico che ha smesso di andare al cinema per mancanza di alternative.
      In questo blog sparare a zero su Ozpetek e soci è cosa buona, giusta e caldamente consigliata. Non ti far problemi che nessuno ti scambia per omofobo, se mai bruccinemofobo, che è meglio!

      1. Ozptek è veramente una palla al piede,e che palla!Cuore sacro è talmente noioso e brutto che se venisse trasmesso per le vie di una città invasa
        dagli zombi,ci salverebbe perchè i morti viventi si ammazzerebbero di
        nuovo piuttosto che continuare la visione!

        Mio padre è un patito dei film de sparà e de corcà,ma della vecchia
        scuola a parte il grande Cho Yun Fat.Ha i suoi bei dvd di film con stallone,arnold e così via.Però io gli faccio vedere parecchi film sovietici e cinesi,pe’aver la soddisfazione di fajie capì la grande storia de menare
        by stalin

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