Chromeskull

Lo slasher moderno

Forse qualcuno di voi ricorderà la piccola discussione sorta un paio di mesi  fa a proposito della recensione di Hatchet II. Uno stimato commentatore (nonché titolare di un blog) mi ha posto la seguente domanda: “Però c’è qualche altro horror cazzone contemporaneo “del livello” – qualunque sia – di Hatchet?” . Sulle prime, ho risposto Feast, ma Feast è del 2005, preistoria, ormai. Ho anche parlato, di sfuggita di Laid To Rest, più recente e più attinente al genere a cui appartiene anche Hatchet, lo slasher.  Ad agosto, tuttavia, ancora non era uscito il secondo capitolo della mini saga dedicata al killer dal teschio cromato e ho preferito sospendere il giudizio. Non appena ho potuto mettere le mani su ChromeSkull – Laid To Rest 2, ho allestito nella mia umile dimora una visione consecutiva dei due film che, sparati uno dietro l’ altro, fanno la loro porca figura. E ho trovato lo slasher contemporaneo del mio cuore. No, la presenza della mia Danielle non c’entra niente, anche perché la sua è una partecipazione straordinaria in un piccolissimo ruolo, e anche piuttosto desueto rispetto a quelli in cui siamo abituati a vederla. Insomma, se proprio voglio soddisfare il mio feticismo nei confronti della Harris, a questo punto, tanto vale che mi veda Hatchet II ancora una volta.

Però, già che ci siamo, ecco Danielle sul set

Perché proprio Laid To Rest? Di roba del genere ne esce almeno una tonnellata a stagione e trovare qualcosa che valga davvero la pena di vedere è sempre più complicato. E’ vero che spesso la riuscita di un buon slasher sta proprio nella riuscita gestione dei meccanismi ripetitivi che sono insiti nella struttura stessa  di questo tipo di produzioni. E’ un po’ lo stesso discorso fatto per Final Destination: non è tanto la storia, che è sempre la stessa, ma è come la racconti a fare la differenza. Nel caso specifico di Laid To Rest, la differenza la fa Robert Hall, fondatore della Almost Human (e a proposito, date un’ occhiata alla loro galleria), studio hollywoodiano specializzato in effetti speciali e make up: protesi, sangue finto, animatroni,  insomma, tutto dal vero, senza CGI.  Il signor Robert Hall, oltre a saper fare cose che per me sono magia pura, dato che non saprei neanche costruire una casetta col pongo, è anche un tipetto simpatico. Non è un autore, lui, è un tecnico che ogni tanto si diverte a mettersi dietro la macchina da presa e girare slasher senza pretese, ma realizzati con la professionalità che è propria di chi con queste cose ci lavora da una vita e sa benissimo come vanno portate sullo schermo. Quel tipo di approccio al genere che solo un tecnico può avere: pratico, essenziale, distante anni luce da ogni tipo di velleità artistica. Non si vuole rivoluzionare niente, non c’è la volontà di millantare spargimenti di sangue epocali e mai visti prima, non si aspira a entrare nel mito o a diventare il punto di riferimento per milioni di fan esaltati. Si sta facendo solo un film di serie B e si cerca di farlo nel migliore dei modi. Se ci scappa accidentalmente anche qualche variazione sul tema, è tanto di guadagnato.

I due Laid To Rest seguono le gesta di un misterioso killer che ha come maschera un teschio cromato. La maschera lui se la appiccica alla faccia con adesivo medico. Va in giro tutto vestito di nero e con una telecamerina attaccata alla spalla per riprendere gli omicidi, che poi manda alla polizia a screzio. Ha una macchina che sembra la versione malvagia della bat mobile e lui stesso, ricco sfondato ed esperto di qualsiasi aggeggio costosissimo ad alta tecnologia, potrebbe essere una specie di Bruce Wayne uscito da un incubo dopo una cena a base di peperonata. Sceglie giovani donne, ne studia i movimenti, le rapisce e le rinchiude dentro casse da morto. Dopo averle immortalate per un paio di giorni con la sua fida mini dv, mentre si dibattono sgomente nella loro luogo di prematura sepoltura, comincia a torturarle. E le fa a pezzi, nei modi più fantasiosi e variegati possibili, dando così la possibilità ai maghi della Alomst Human di mostrare quello di cui sono capaci. La trama del primo dei due film è un semplice pretesto per far sbizzarrire Hall e la sua squadra in alcune delle sequenze splatter meglio realizzate degli ultimi anni: facce aperte in due, teste inchiodate contro il muro, intestini che strabordano da ventri squarciati, liquido antiforatura infilato nelle orecchie e così via, senza nessun freno, ché il film è nato appositamente per il mercato home video e ci si può permettere di spernacchiare divieti e censure varie.

Più che la quantità di gore presente, ciò che stupisce è la fattura degli effetti, che rasenta la perfezione. Ciò che in Hatchet era volutamente finto, fumettistico ed esagerato, qui diventa realistico, tanto che ogni omicidio rappresenta un piccolo capolavoro di artigianato splatter. Persino i pochi visual fx presenti non disturbano più di tanto e fungono da semplice supporto e contorno a un festino di sangue allestito in maniera impeccabile.

Se da un punto di vista narrativo, i due Laid to Rest non aggiungono niente di nuovo al filone, riescono a emergere dalla massa di fotocopie per tutta una serie di piccoli particolari, che dimostrano la capacità di Hall di giocare con gli archetipi del genere, senza dover per forza ricorrere agli espedienti meta e post che ormai, per usare un linguaggio strettamente tecnico, ci hanno triturato i coglioni. L’ uso della citazione è ben calibrato e contestualizzato: Hall ricrea, ad esempio, un’ intera sequenza sulla falsariga di quella di Halloween in cui Jamie Lee Curtis si nasconde nell’ armadio, ma cambia del tutto l’ ambiente in cui l’ azione si svolge, infilando la nostra final girl nel frigorifero di un supermercato, mentre ChromeSkull sfonda il vetro protettivo a capocciate.  Anche l’ idea di dotare l’ assassino di una telecamera che è quasi una protesi del suo corpo, non serve a scatenare tediose riflessioni di natura linguistica e cinematografica, ma ha una sua precisa funzione nella storia e abbatte anche i costi di produzione, permettendo contemporaneamente di poter usufruire di angolazioni supplementari.

Si parlava di archetipi. Sia ChromeSkull che la ragazza del primo film (non ha nome, è solo The Girl) sono archetipi tipici del genere. Lei non ha un passato, ha perso la memoria ed è l’ incarnazione stessa della fanciulla in pericolo. Di ChromeSkull, come di Michael Myers, principale modello di riferimento, non sappiamo nulla. Hall ci fa il favore di risparmiarci i flashback sull’ infanzia e sulla genesi del killer. E’ pura essenza omicida e niente altro. Non parla, non spiega, agisce e basta. Uccide perché gli va di farlo e perché ha i mezzi per farlo. E’ l’ icona perfetta per uno slasher di ambientazione contemporanea. Ed è proprio perché privo di connotazioni diverse da quella di semplice assassino che spaventa.

Nel secondo capitolo, Hall prosegue nel prendersi il lusso di darci pochissime spiegazioni: ci fa vedere che chromeskull ha una specie di organizzazione alle spalle, degli scagnozzi che lui paga per nascondere le prove, eludere le indagini della polizia e salvarlo quando si caccia nei guai. Il motore della storia è proprio il rapporto tra l’ assassino e i suoi due più fedeli collaboratori (Brian Austin Green e la mia Danielle). La vittima di turno, questa volta, ha uno spazio limitato e tutta l’ attenzione verte sul killer, o meglio, sulla sua maschera cromata che è la sua unica possibile interfaccia con il resto del mondo.  Ed è solo la maschera che ci interessa, solo quella che vogliamo vedere in azione, a prescindere dall’ uomo che la indossa che, in questo caso, è intercambiabile. Ma in fondo il maniaco mascherato di ogni slasher che si rispetti, non è forse la versione pervertita di un super eroe? In questo secondo capitolo ChromeSkull ha anche una base, una postazione video da cui controlla ogni cosa e degli aiutanti. E’ invulnerabile e immortale ed è, a tutti gli effetti, il vero eroe del film.

c'è anche lei, bellissima. Hall ha amici altolocati

Non se oggi ha ancora un senso produrre uno slasher. Forse è un genere obsoleto, che ha detto tutto quello che aveva da dire decenni orsono. Dopo il breve periodo di fulgore post Scream, la parabola discendente è stata irreversibile. Ma se proprio bisogna realizzarne uno, allora i due Laid To Rest dovrebbero essere un modello da tenere presente per gli anni a venire. Hall riesce a ottenere quel giusto equilibrio tra reale paura e ironia smaliziata che protegge il film sia dall’ autoparodia che da un’ eccessiva seriosità che è di solito l’ anticamera del ridicolo involontario. Laid To Rest non replica in maniera fiacca e pedissequa i vecchi e gloriosi slasher degli anni ’80. Contestualizza il solito assassino mascherato in un ambiente contemporaneo, fondato su un uso comune della tecnologia e schiaccia il pedale sul gore non per scatenare risate, ma per impressionare e disgustare. Non va alla ricerca di metafore e sottotesti, ma sembra conoscere a fondo la materia, instaurando un meccanismo di rimandi e riferimenti che resta però sullo sfondo, appena accennato, e non distrae lo spettatore dall’ Uomo Nero che si muove silenzioso e letale sullo schermo.

9 commenti

  1. Articolone senza commento? No fuc*in way. 😀
    Ecco, un giorno o l’altro si dovrà discutere del senso dei film. Ovvero, basta, come dici tu, mostrare il campionario di efferatezze, per fare un film. Anche di più, un bel film?
    Poi è strano, ma forse neanche tanto, che siano proprio questi i film che fanno nascere tali riflessioni.

    😉

    1. Oddio, la tua una domandona 😀 Io credo che il campionario di efferatezze in alcune produzioni possa bastare. E’ come la sequenza di battutacce in una commedia demenziale. A volte funziona e fa ridere, altre no. Questi due non potrebbero essere classificati come “bei film” neanche sforzandosi al limite delle umane possibilit. Per, in un modo tutto loro, funzionano. Preferisco anche io un altro genere di cose, di solito, ma capita a volte, di avere bisogno di un’ ora e mezza di squartamenti ben girati e realizzati tecnicamente in maniera divina. A me le commedie demenziali non fanno ridere (neanche l’ aereo pi pazzo del mondo o una pallottola spuntata). Un po’ perch non ho un grandissimo senso dell’ umorismo, un po’ perch certe cose non mi toccano, non fanno parte del mio modo di essere. Credo che prodotti come Laid To rest siano il corrispettivo, in campo horror di quel genere di cose nell’ ambito della commedia. Certi film producono riflessioni, suppongo, perch ti spingono a interrogarti anche sul perch si guardano certe cose, e piacciono anche. I prodotti di basso consumo alla fine ti dicono tante cose sullo stato del cinema, perch sono la maggioranza. E se riescono a spiccare nel marasma di robaccia che ingurgitiamo quotidianamente, cercare di comprendere il perch viene spontaneo 😉

      1. Vedi perché mi piace “parlare” con te? 😉
        Eppure le commedie non le includerei nei prodotti mi massa. Sembrano fatti per il largo pubblico, e in fondo lo scopo era portare gente a teatro e divertirla, e anche distrarla da altri problemi più terreni: soldi e fame. Ma…
        Ma… interessante chiedersi perché le frattaglie piacciono. Ecco, non mi fanno impazzire, ma neppure le aborro, se inserite in un contesto di un certo valore e coerenza.
        Il punto è che io vorrei che anche questo tipo di film, già pensati per l’home-video, ossia per il consumo diretto, avessero qualche velleità.
        Sono un dannato romantico, lo so.

        1. Non le commedie in generale, sia chiaro. La commedia un “genere” nobile. Io parlavo del comico demenziale e caciarone. Lo scopo sempre quello, dall’ alba dei tempi, da quando qualcuno ha deciso di mettersi a narrare: distrarre, divertire, portare qualcuno altrove. I mezzi sono disparati, ma credo che ogni autore speri di portare il suo lettore/spettatore/fruitore in mondi alternativi. Che poi il concetto (splendido, a mio parere) di evasione. Fuggire, andare via, uscire dalla gabbia. Per quanto riguarda le velleit, alla fine ci sono sempre, magari non sono consapevoli, ma, per restare ai film presi in esame, il solo fatto che Hall abbia insistito tanto sul dare forma a un archetipo puro del villain mascherato, gi un sintomo di velleit. Gestita bene e in secondo piano, ma sempre di velleit si tratta. Le frattaglie sono un discorso particolare. Anche io le preferisco se inserite in un contesto adatto (e torniamo sempre a Romero, o al Carpenter pi estremo de La Cosa), ma non mi dispiacciono neanche come pura anarchia visiva, il corrispettivo horror del rutto in faccia all’ omino grigio in giacca e cravatta. 😀

          1. Eh be’, vedi che già detta così “corrispettivo del rutto”, la cosa assume i contorni intenzionali e velleitari? Ed è positivo, altroché. Vuol dire non già mero esibizionismo di capacità di messinscena, in questo caso, con relativo campionario di effetti speciali allo stato dell’arte, ma finalità. NOn so se mi spiego. Avere un fine priva immediatamente della gratuità, che poi è la cosa che deploriamo in certi film: le scene gratuite e stupide.

            Che bello. 😀

          2. Ma infatti per questo che alla fine io certi film li apprezzo, ed sempre il mio solito discorso della forma che diventa sostanza, soprattutto al cinema che racconto per immagini. Mi piace Laid To Rest e non mi piace Hatchet perch nel primo la forma ottima, anche se la sostanza pi o meno la stessa. Con la differenza che Laid To Rest studiato anche per fare paura. Hatchet no. E sembra che spesso, quando si parla di horror, ci si dimentichi proprio l’ intento primario che quello di mettere paura. Anche la paura una finalit ben precisa, una velleit. Se una scena di un film horror spaventa non pu essere gratuita. E’ o non quello il fine ultimo?

          3. Sì sì, proprio quello che intendevo. Quella dannata birra tarda ad arrivare, ma arriverà. 😀
            😉

  2. Fatta la maratonina Laid To Rest.
    Nel complesso meglio il primo – nonostante scritto peggio. Il secondo finisce troppo sui “binari Saw”. E a me le spiegazioni non piacciono – e neanche gli smascheramenti.
    La videocamera sulla spalla è stupenda. Effetti speciali artigianali, dici bene. Che gran cosa.
    È concreto Hall, ma qualche velleità scappa. Nel bene però.
    Ho i dubbi che Hatchet sia nato con l’intento di spaventare, ma allora che roba è? Boh. Tuttavia neanche il cromoteschio mi spaventa – sono coraggiosissimo io… – pur riconoscendo che sulla questione di horror e paura dici bene.
    Ci sarebbero un mucchio di altre cose, secondarie e non. Anche goliardiche. È un periodo che mi pesa molto discutere di argomenti interessanti con lo scritto.
    Sto persino pensando di staccare la spina al blog.

    1. Il secondo ha dalla sua una regia un po’ più matura e un finale (quello con cromoteschio che si aggira per le strade) che a me un pochino ha disturbato, ma nel senso buono.
      Sì, come dicevamo anche nei commenti con Hell, alla fine qualche piccola piccola velleità viene comunque fuori, e tuttavia Hall le tiene sotto controllo e rimane umile.
      Tu sei un uomo davvero senza paura. Se io vedessi quella maschera nottetempo dentro a un vicolo resterei paralizzata, oltre a trovarla parte di un look estremamente figo 😀
      Io credo che Hatchet sia nato con l’ intento di una parodia splatter più o meno consapevole. POi non so, di sicuro non spaventa neanche un bambino.
      Ma no, non staccare la spina, per carità. Non farlo, magari prenditi un periodo (piccolo) di pausa e poi torni più forte che pria!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: