YellowBrickRoad

Regia – Jesse Holland, Andy Mitton (2010)

Quando si tratta di esordi a budget ridottissimo, è difficile essere obiettivi e distaccati, soprattutto considerando la passione e l’ impegno profusi nella realizzazione di un’ opera come YellowBrickRoad. Passione e impegno che hanno permesso a tutti i reparti di lavorare con estrema professionalità, nonostante il film sia costato appena 500.000 dollari. Un’ inezia, anche a confronto con le produzioni nostrane. Basterebbe questo per consigliare a chiunque la visione di YellowBrickRoad: è un film ottimamente realizzato da un punto di vista tecnico, con un cast di semisconosciuti che svolge il proprio compito meglio di molti altri colleghi più famosi e che brilla soprattutto nelle interpretazioni di Laura Heisler e Alex Draper, un uso del sonoro originale e straniante e tutta una serie di piccoli tocchi di inquietudine che fanno sentire lo spettatore disorientato e smarrito come i protagonisti. E tuttavia non è sufficiente, perché YellowBrickRoad riesce a essere molto di più di un buon film indipendente a basso budget, almeno fino ai minuti finali, sui cui purtroppo dovremo tornare. L’opera di Holland e Mitton (entrambi alla prima esperienza in un lungometraggio, è bene ribadirlo) con un coraggio che rasenta quasi la più sfrontata incoscienza, si muove in quei territori cari a Peter Weir e al suo capolavoro Picnic Ad Hanging Rock e lo fa senza curarsi di eventuali paragoni con un modello inarrivabile. Bisogna avere una vena di follia per misurarsi con un’ opera come quella di Weir, ma sono necessarie delle capacità fuori del comune per non uscirne sconfitti, soprattutto quando si riesce a creare un qualcosa di molto personale, quasi un erede naturale, inserito però  in un contesto moderno, del film del 1975.

Nel 1940, l’ intera popolazione di una cittadina del New Hampshire, Friar, imbocca un sentiero di montagna e sparisce senza lasciare traccia. Nessuno di loro aveva bagagli. Le case sono rimaste abbandonate e intatte e il sentiero, nel corso degli anni, è stato sepolto dalla vegetazione boschiva. Nel 2008, una coppia di ricercatori e uno psicologo comportamentale, organizzano una spedizione per capire cosa è successo agli abitanti di Friar e scriverci un libro sopra. Aiutati da una ragazza del luogo, riescono a trovare il sentiero che sulle prime sembrava non esistere, e anche loro si inoltrano nella YellowBrickRoad.

Se l’ inspiegabile sparizione rimanda al film di Weir citato qualche riga più sopra, la spedizione, armata di telecamera digitale, che tenta di ristabilire la verità storica che si cela dietro a un fatto leggendario, ricorda molto The Blair Witch Project. Tuttavia, di due registi scelgono di utilizzare il linguaggio del falso documentario, ma adottano al contrario un metodo narrativo misto, alternando uno sguardo oggettivo sui fatti con il punto di vista dello psicologo del gruppo, che riprende i suoi colleghi, interrogandoli con quello che sembra una specie di questionario per sondare le loro reazioni mentali ed emotive e le modifiche ai loro comportamenti durante il viaggio lungo il sentiero. Anche quando però si lascia spazio alla telecamerina brandita da uno dei personaggi, essa non ha mai una sua autonomia rispetto alle scelte stilistiche dei due registi, rimane sullo sfondo, inserita nella cornice più ampia dei boschi, degli alberi, di un cielo indifferente, attraverso un uso del campo lungo consapevole e significativo: perdersi in un luogo sterminato e ostile, a pochi chilometri dalla civiltà eppure inghiottiti da un paesaggio sempre uguale, da un sentiero invisibile perché nascosto dalla vegetazione, grandi spazi di cui l’ uomo non è protagonista, ma anzi, è elemento estraneo e alieno, un intruso da isolare ed eliminare.

E’ qui che l’ influenza di Picnic ad Hanging Rock diventa evidente, nel modo in cui Holland e Mitton gestiscono il rapporto dei personaggi con una natura incomprensibile, che non si piega alle leggi scientifiche, un non luogo, impossibile da disegnare sulle mappe e impossibile da identificare: gli strumenti di misurazione impazziscono, il navigatore satellitare segnala che i nostri si trovano prima a Firenze e poi a Sidney, si perde il senso dell’ orientamento, si gira in tondo. Sembra che l’ unica cosa da fare sia continuare a seguire il sentiero, ovunque esso porti.

Oltre a queste caratteristiche, interessanti ma in parte derivative, YellowBrickRoad si distingue dalla massa di film indipendenti per come utilizza la musica e gli effetti sonori. E’ in questo settore che il film brilla per originalità e si dimostra capace di regalare attimi di profonda angoscia, intere scene in cui viene trasmessa una sensazione di fastidio talmente intensa, che il gesto più istintivo è quello di tapparsi le orecchie. Qualunque sia l’ entità che abita i boschi e il sentiero che parte da Friar, essa si manifesta attraverso una musica insistente e ipnotica, che non ha una fonte precisa e che sembra venire fuori direttamente dall’ erba e dagli alberi. Sono melodie antiche, con sonorità da vecchi grammofoni, un accompagnamento costante, salutato all’ inizio con divertito stupore, che lentamente si trasforma in inquietudine e poi in follia. La musica stessa è mutante e reagisce ai comportamenti dei personaggi, li influenza e ne è influenzata, diventando ad esempio un rumore insopportabile dopo la prima esplosione di violenza.

Immersi in questo inferno sonoro, ai protagonisti non resta che accettare l’ orrore, subirlo passivamente o prenderne parte. E qui entra in gioco la natura horror di YellowBrickRoad, con pochi e dosatissimi momenti gore che, proprio per il loro accadere in modo repentino e inaspettato, restano impressi e generano un effetto shock da manuale del cinema perturbante.

Holland e Mitton, ottimi in cabina di regia, non riescono a esserlo altrettanto nel reparto scrittura: tengono le fila di una storia intricata e molto particolare per quasi tutta la durata del film, infittiscono il mistero, seminano indizi e scatenano la curiosità di chi guarda, per poi perdersi proprio nel finale.

Qui su Il Giorno degli Zombi le spiegazioni non sono né necessarie, né richieste. Mi attengo alla massima del divino Maestro Carpenter: mai sforzarsi di essere chiari. Non è quindi la mancanza di una soluzione a deludere, ma il fatto che, dopo aver saputo descrivere così bene l’ angoscia e la disperazione, si scelga di strizzare l’ occhio allo spettatore, invece di farlo sprofondare ancora di più e lasciarlo privo di qualsiasi via di fuga. La conclusione proposta dai due sceneggiatori appare come un giochino metacinematografico ed è quasi paradossale che YellowBrickRoad esca quasi vincitore dal confronto con Weir, mentre si ritrovi con tutte le ossicine spezzate da quello col Maestro di cui sopra e il suo Seme della Follia.

Non dico altro per non rovinare a nessuno la visione: nonostante qualche caduta di stile, YellowBrickRoad è un film che non si dimentica e a cui si ritorna a pensare anche molti giorni dopo averlo visto, un piccolo film fatto di dettagli, girato con coerenza, coraggio e un pizzico di sana presunzione che non guasta mai.

Segnalo la recensione di Ulteriorità Precedente e il pagellino di Alan Parker’s Ride

28 commenti

  1. Anche questo sconosciuto. Ma lo guardo eh, lo guardo. Il tema è perfetto per me… 😀

    1. L’ importante che ho aggiornato 😀 Comunque merita davvero molto assai!

      1. Ma non avevo dubbi, a riguardo. 🙂
        Anche se da come ne parli mi sembra ci sia anche qualche suggestione lostiana? Quando Lost era fighissimo, intendo… 😀

        1. Esatto. Sia quando Lost era fighissimo che quando poi è andato in vacca sul finale 😀

  2. dire che m’intriga è poco, poi cavolo, il paragone col capolavoro di weir…

    1. E’ irriverente, lo so, però ti giuro che me lo ha ricordato tantissimo e che mi ha fatto provare delle sensazioni molto simili 😉

  3. Finalmente torno ben lieto a commentare sul tuo blog! Il film, come perfettamente descritto nella tua recensione, ha delle idee suggestive e particolari, ma non sono state sviluppate come avrei voluto…sembra quasi che i due registi invece di approndire aspetti che gli spettatori avrebbero voluto scoprire, si siano limitati a sfiorarli non riuscendo a conferire abbastanza carattere alla loro storia. Per me questa è stata una scelta piuttosto irritante: non puoi fare un intero film con due momenti ispirati e poi girare nel vuoto assoluto per la durata restante! Anche il finale ti conferma che non sapevano proprio che pesci pigliare e conferma l’impressione che gli autori non hanno mai avuto un piano preciso per la storia, il tutto sembra frutto di tante scelte casuali. Ad ogni modo la tua analisi, a differenza del film, è ineccepibile e l’ho letta con grande curiosità, anche se ancora sono ben lontano dal rivalutare Yellowbrickroad… 😉

    1. Io credo che YellowbrickRoad sia un film fatto di suggestioni e atmosfere,o almeno fatto soprattutto di quello. E tuttavia hai ragione, se cerchi una storia coerente si pu restare delusi. Per dai, non sono solo due i momenti ispirati, quasi tutte le scelte stilistiche sono ispirate, e ci sono una grande quantit di scene che rimangono impresse a lungo nella memoria. Nel caso di un film del genere davvero tutto opinabile, a seconda della prospettiva da cui lo guardi 😉

  4. Sembra interessante. Recupero pure Picnic, l’ultima visione risale almeno a 6 o 7 anni fa. Serata a tema, non so quando ma la farò.

    1. Io una serata a tema del genere non la augurerei neanche al mio peggior nemico 😀 Non ne uscirei fuori viva, o nella migliore delle ipotesi, mi raggomitolerei in un angolo a dondolarmi contro uno stipite 😀

      1. LOL, picnic non mi ha mai particolarmente angosciato, devo dire… Sempre piaciuto molto, ma l’angoscia no.

        Ed una volta… No, va beh, non te la racconto, però ci sono i posti dove senti che potresti essere inghiottito dal nulla, da streghe, forze, energie. E nella realtà vera basta la sensazione a farti tremare…

        1. Tu pensa che picnic sono riuscita a vederlo solo due volte. E’ un film che mi fa stare male fisicamente. Sar tutta quella bellezza minacciosa che mi schiaccia, non saprei dirti. Per, ti prego, raccontami, che adesso mi hai messo addosso una curiosit estrema, perch vero che certi posti esistono. A me cedono le gambe solo a pensarci.

  5. Ma sono (quasi) completamente d’accordo con te, mia cara Lucia. Bella recensione di un film effettivamente originale e coraggioso, che, certo, nello script beccheggia un pò fino a incagliarsi sugli scogli di un finale che andava cotto e decotto meglio, ma che a me, alla fine non è dispiaciuto. Grazie per la citazione della mia rece 🙂

    1. Ma figurati Angelo! Ci si sostiene a vicenda e si scambiano i punti di vista. Chi ci legge pu avere accesso a diverse interpretazioni di un’ unica opera, e questo sempre un bene 😉 Mi ha davvero sorpresa in positivo YellowBrickRoad. Ci voleva un certo coraggio per andare oltre il modello della strega di Blair e mirare tanto in alto da arrivare a Weir…Peccato per il finale, davvero. Solo che Il seme della follia inarrivabile 😉

  6. ce l’avevo nel cassetto da un po sto film, stasera me lo guardo. se vale anche solo un’unghia del capolavoro del maestro weir, sono ben felice. indizi su dove trovare i subbi?, che ce l’ho liscio 😀

    1. Vale qualcosina in pi di un’ unghia, anche se Weir sempre Weir e non si accartoccia sul finale 😀 Per i subbi fatti un giretto qui http://www.italianshare.net/forum/index.php

      1. domo arigato!

        1. Ma prego! Te li manderei se fossi a casa, miseria nera!

  7. alla fine li ho trovati su subscene :), va benissimo.

  8. Sì, sono d’accordissimo che “In the mouth of madness” sia irraggiungibile 🙂

  9. Ne avevo sentito già parlare bene di questo film e non vedo l’ora che arrivi in Italia o, comunque, di riuscire a vederlo in altro modo u__u
    Di horror fatti bene ce n’è sempre un gran bisogno!!

    1. Purtroppo credo che qui da noi non arriverà mai….
      Benvenuto da queste parti 😀

  10. Recensione che m’incuriosisce parecchio!
    Il film in questione è, ehm, facilmente reperibile?

    1. Molto molto facilmente., con sottotitoli! 😉

  11. Ottimo, grazie! Cerco 🙂

  12. finalmente l’ho visto!
    la soluzione alla fine era semplice, senza tirare in ballo il metacinema: un gruppo di sprovveduti si inoltra nel boschetto privato di john zorn, tutti impazziscono, cagata di finale. amen.

    e peccato, perchè fino a metà, 3/4 mi stava davvero convincendo.

    1. Cazzo, hai visto come hanno mandato tutto in vacca nel finale, ‘sti stronzi? Ed era un bel film fino agli ultimi minuti

      1. davvero pessimo. ma perchè??

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