Red White & Blue

Regia – Simon Rumley (2010)

Non so se consigliare questo film, non so cosa voglia da me questo film, non so se uscirò mai dallo stato di acuta apatia in cui mi ha trascinato. So che è un’ opera che non si dimentica e che ti lascia addosso dei segni profondi. Del resto Rumley non è uno che ci è mai andato leggero quando si è trattato di descrivere esistenze sprofondate nello squallore e nella disperazione. Soprattutto, lo ha sempre fatto nel modo giusto, ovvero senza compiacimento e senza rendere questa sofferenza estetizzante. E’  un fatto, nudo e crudo, buttato lì quasi accidentalmente, fa parte della nostra quotidianeità e, proprio per questo, non lo si può evitare e quando ti accorgi che esiste, ti colpisce con la forza di un treno che ti passa sopra a trecento all’ ora.

In Red White & Blue seguiamo le vicende di tre personaggi, Erica (Amanda Fuller), Nate (Noah Taylor) e Franki (Marc Senter), tre individui che, per un motivo o per l’ altro, vivono ai margini e si portano dietro il loro “marchio speciale di speciale disperazione”. Rumley non ci dice moltissimo di loro, non perde tempo a presentarceli con lunghe introduzioni, ci permette di conoscerli poco a poco, di capire (fino a un certo punto) le loro motivazioni. Li inserisce in un contesto di degrado semiurbano, in un Texas connotato con gli attributi di un incubo sotto un sole spietato e abbacinante e li osserva muoversi, senza stargli troppo addosso, facendo un larghissimo uso di campi lunghi e macchina fissa, utilizzando poco quella a mano e dosando al minimo i movimenti. Le uniche concessioni estetiche che si permette di attuare sono in sede di montaggio. Lì i piani temporali si mischiano, l’ azione si velocizza e i jump cut abbondano. Ma accade solo in determinati momenti, come a voler scaricare con una furia improvvisa l’ immobile deserto di devastazione morale in cui la regia di Rumley ci immerge.

Il film comincia con Erica che si aggira per un locale. Non ci sono nè dialoghi, nè rumori d’ambiente. Vediamo i personaggi muovere le labbra, ma non sentiamo cosa dicono. Erica abborda Franki e i suoi amici. Li vediamo fare sesso nella stanza di uno di loro. Il tutto è scandito da poche note di pianoforte che accompagnano il silenzio assoluto di gesti e sguardi. Continuiamo a seguire Erica nelle sue serate e nei suoi incontri con sconosciuti. Non sappiamo perchè si comporti così, se usi il sesso come arma contro se stessa o contro gli altri. Perde il lavoro, incontra Nate che gliene offre un altro, in un negozio di ferramenta. Tra i due si instaura un rapporto difficile e spigoloso e sembra quasi che entrambi possano trovare una sorta di consolazione alla loro solitudine.  Eppure il destino di tutti e tre i personaggi è già segnato da quella prima scena senza dialoghi, che innesca una reazione a catena di odio e violenza furibondi e non lascia nessuno spiraglio di luce. Erica, infatti, ha l’HIV, ne è consapevole, ed è quello il motivo che la spinge ad andare ogni notte con un uomo diverso. Contagia Franki, la cui vita, già al limite del collasso, va in mille pezzi. Franki e i suoi amici cominciano a cercarla dappertutto, fino a quando la trovano e la rapiscono. Erica muore in modo quasi accidentale, non è intenzione di Franki ucciderla. Accade per caso, in uno scoppio di rabbia improvvisa. Ma a Nate non interessa. Adesso la vendetta è sua e sarà metodica e fredda, quanto quella di Franki è stata impulsiva e caotica.

Sapete tutti che non ho niente contro l’ esposizione di frattaglie, anzi, questo è un blog di frattaglie, noi (uso il plurale maiestatis perchè necessito autostima) amiamo le frattaglie. Però a volte è molto bello incontrare un regista che riesca a impressionarti procedendo quasi esclusivamente per sottrazione: noi non vediamo l’ omcidio di Erica, Rumley non ci concede nemmeno la visione del suo cadavere e ci impedisce anche di assistere alle torture che Nate infligge a Franki e i suoi amici (e la famiglia di uno di loro). Alla scelta di non mostrare la violenza si accompagna quella di negarci anche le emozioni, i dialoghi, una qualsiasi espressione esterna del mondo interiore dei protagonisti: sappiamo che Nate ed Erica si scambiano delle lettere, ma ne ignoriamo il contenuto; in altre scene ad alto rischio di patetismo, Rumley fa come all’ inizio e toglie l’ audio, così da non farci ascoltare i dialoghi. Red White & Blue è un film che sembra sempre sul punto di esplodere e non lo fa mai. E’ trattenuto, ma non distaccato. Il forte senso di pietà che si prova nei confronti di tutti i personaggi non viene strappato a forza allo spettatore, tramite i soliti mezzucci ricattatori. Non c’ è distinzione tra bene e male, o tra buoni o cattivi e vittime e carnefici. Ci dispiace per Erica, per la sua fine triste, muta e rassegnata, ci dispiace per Franki, sia quando lo vediamo donare il sangue alla madre malata terminale di cancro, sia quando, preso da rabbia e terrore, stupra e uccide Erica e si fa aiutare dagli amici a nascondere il cadavere. E ci dispiace anche per Nate, perchè almeno ci ha provato a essere diverso, anzi, ha sperato che per una volta sarebbe stato diverso. Ma qualsiasi illusione non può che spezzarsi e non lasciare altro che vuoto e, ancora, devastazione, rabbia e miseria.

Quando sei in grado di imporre allo spettatore un quadro di tale potenza, solo grazie a una regia che non trascura il minimo particolare ed è studiata in ogni dettaglio, in ogni gesto degli attori, in ogni loro sguardo, in ogni scelta di inquadratura,  ecco che l’ esposizione di sangue e corpi fatti a pezzi non è necessaria. Al contrario, diventa dannosa: vedere la sofferenza fisica di Franki e dei suoi amici avrebbe forse scatenato una catarsi che Rumley non vuole in nessun modo concederci. La vendetta di Nate svuota, ma non libera nulla. Nate, nonostante sia sopravvissuto e abbia ottenuto quello che voleva, è condannato come tutti gli altri e le ultime immagini del film ci consegnano un senso di solitudine estremo e annichilente.

Parlavamo proprio un paio di giorni fa del Rape & Revenge e di come sia quasi impossibile riproporlo oggi. Forse Red White & Blue potrebbe essere un esempio di Rape & Revenge moderno, proprio in virtù della sua rinuncia ostentata al mostrare, il suo fuggire orgogliosamente i canoni del torture movie. Magari mi sbaglio, credo che  oggi  sia questa la chiave giusta per incutere terrore e disagio: nasconderli e colpirti alle spalle, lasciandoti addosso delle ferite profonde.

14 commenti

  1. belushi · · Rispondi

    Ma quanto cazzo sei brava. Te l’ho già detto e lo ripeterò anche in futuro.Bravissima. Condivido ogni singola parola. E’ un film da “prendere o lasciare”, nel senso che non si puo’ liquidare con un facile “Si, carino, buono per passare ‘na serata de merda”. Impossibile. Finalmente un film disturbante e sgradevole( vedi la terribile scena della madre trovata nel letto). L’ho visto subito dopo un altro film, per me straordinario, cioé “Super” di James Gunn. E per un attimo mi sono riconciliato con il cinema di oggi.Grazie per la splendida lettura. Mi fa meno male il cervello invaso dall’alcol.Un grande saluto!!!Ciao lucia!!!

  2. Mi devo procurare Super allora, il prima possibile!
    Grazie per i complimenti, davvero…sono commossa, sinceramente e senza alcuna ironia.
    Io ho deciso che questa settimana mi disintossico dall’ alcol e diminuisco anche il milione di sigarette al giorno.
    Io ancora ci penso a Red White & Blue, non riesco a estirparmelo dal cervello, e mi fa anche un sacco male.

  3. “rape and revenge con gli occhiali”?
    LOL
    Oh, la cosa non ti sorprenderà, ma il film non l’ho visto… 🙂
    Tuttavia lo conoscevo. Ricordavo soprattutto la locandina. Niente di ché, ma rimane in mente.
    E ora mi hai messo la curiosità e la voglia di sopperire alla mia mancanza.
    Tra l’altro concordo con le tue conclusioni finali, circa il metodo attuale di fuggire per terrorizzare. All’opposto della exploitation, ma efficace allo stesso modo.

    1. Eh, perch l’ exploitation bisogna saperla fare…e ultimamente diventata un giochino citazionistico che ha pure rotto un po’ le scatole. L’ alternativa il torture porn, che pure quello dio ce ne scampi. Oppure la violenza la devi rendere sul serio un qualcosa di scolvolgente e selvaggio, altrimenti non se la caga pi nessuno. Non mi piaceva rape and revenge d’ autore 😀

  4. “noi (uso il plurale maiestatis perchè necessito autostima) amiamo le frattaglie. Però a volte è molto bello incontrare un regista che riesca a impressionarti procedendo quasi esclusivamente per sottrazione”

    Ok, recupero anche questo. Stavo pensando di fare un sabato sera all’insegna degli stupri… se riesco a prendere coraggio. Ormai il materiale non manca.
    Non so se ne uscirò viva.

    C’entra fino ad un certo punto ma volevo chiederti: hai visto Visitor Q di Takashi Miike? Che ne pensi?

    1. E’ stato il primo film di Miike che ho visto. Shock e innamoramento immediati. Non sono in grado di dare un parere “dotto”, perch non conosco a sufficienza il cinema orientale, per se la parola capolavoro ha ancora un senso, non mi dispiace affibbiarla a Visitor Q.

      1. Sono stata tentatissima di troncarlo a metà. Per fortuna ho resistito fino alla fine perché, non saprei nemmeno spiegarlo, mi ha sconvolto mentalmente. Non lo so se sia un capolavoro – ed è un parere un po’ soggettivo, al di là della cultura del cinema orientale nello specifico – certo è che è… annichilente? La violenza sale ed io non ho avuto nemmeno la forza di spegnere. Forse è questo che mi ha scombussolato di più.

        Però è uno di quei film di cui non parla mai nessuno e invece, in qualche modo, merita. E’ che non riesco a capire quale sia questo “qualche modo”. E’ soltanto una pellicola che mi ha confuso…

        1. Io lo vidi addirittura su grande schermo, in una rassegna che fecero su Miike qui a Roma, al Detour nel 2006. Non avevo la forza di alzarmi e andarmene, ero spiaccicata sulla poltrona e a stento riuscivo a muovermi. S, capolavoro un’ indicazione del tutto soggettiva. Io sono tendente al masochismo, per cui pi un film mi schiaffeggia, e mi fa del male, pi mi ci affeziono. Per questo non sono pi riuscita a rivederlo. Anche se ce l’ho, l pronto. E credo che sarebbe impossibile parlarne. Non so se riuscirei a scriverci qualcosa di sensato sopra. Ha confuso molto anche me.

      2. Mi consola il fatto che abbia atterrito pure te… a volte penso di tendere al puritano, con certe mie reazioni.
        Sì, scriverne non è possibile…

        1. Atterrita? Non sapevo nemmeno se fossi ancora viva alla fine del film…guarda che io sono una bacchettona!

      3. ahahahah bacchettona tu? Beh, lo nascondi bene! .-D

  5. E’ che mi sfido da sola a superare i miei limiti morali e di sopportazione. E perdo sempre, nel senso che poi sto male per giorni.
    Più le cose mi danno fastidio (a qualsiasi livello), più mi accanisco. Però il ribrezzo puritano (quasi vittoriano 😀 ) lo provo anche io

    1. Lo sai che mi consola? E’ che a me il fastidio prende così tanto di pancia che non riesco a sopportare le visioni. Che poi, in certi film quel tipo di reazione è giusta, il regista VUOLE che tu stia male (come in Visitor Q, o almeno così mi pare). Nella maggior parte, invece, mi sembra solo esercizio di tortura… il problema è sapere distinguere la differenza. A volte credo di non esserne più in grado…

      1. Infatti è una distinzione che riesce difficile anche a me. E non sempre riesco a capire quando un film sconfina nella semplice estetica della tortura. Soprattutto ultimamente quando le frattaglie ti vengono sbattute in faccia anche nel mainstream.

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