The Last House on The Left (1972) vs The Last House on the Left (2009)

CUGINI DEFICIENTI – QUINTA PUNTATA

Facciamo finta di essere a una festa di famiglia, una di quelle in cui rivedi dei vecchi parenti a distanza di anni, quelle a cui non vorresti mai presenziare perchè sai già che ti sfracellerai le palle. Una specie di natale all’ inferno, ecco. Però i nostri vecchi parenti sono quattro signori che rispondo ai nomi di Carpenter, Hooper, Romero e Craven. Immaginiamo di essere in un grande salotto, arredato con tante buone cose di pessimo gusto: un paio di poltrone imbottite, un caminetto acceso, vecchie fotografie (non dagherrottpi, ma quasi) di quando i nostri erano giovani e aitanti e giravano film in cortile con follia, incoscienza e passione.

Ecco che Carpenter se ne starà seduto in un angolo a bere birra e sperare di non perdersi la partita di baseball. Lui non ha tempo per queste stronzate. Fissa i ragazzini urlanti che vagano per la casa (nipoti, cuginetti, parentame assortito) con un velo di disprezzo e a un certo punto ci manda tutti a fare in culo, si mette gli occhiali da sole scappa via che c’è Amber Heard che lo aspetta in macchina.

A Hooper non l’ ha invitato nessuno, si è imbucato sperando di trovare da bere gratis. Puzza anche un po’. Si rintana vicino al caminetto perchè fuori piove e tutti si chiedono di chi sia lo zio, dato che nessuno lo riconosce. Biascica ogni tanto quattro parole sommesse: “potevo essere il migliore” e, sconsolato, scuote la testa e medita come uccidere Spielberg.

Romero è tutto contento. Lui è circondato da bambini a cui insegna a costruire bombe fatte in casa. Loro gli si siedono sulle ginocchia e preparano insieme la rivoluzione. Ché George ci crede ancora e noi possiamo solo ringraziare che uno come lui esista.

E poi c’è Wes Craven: elegante, fuma il sigaro (lo accende con banconote da cento dollari), ti guarda dall’ alto in basso. E’ un vincente, ha fatto i soldi. Soprattutto, pontifica. Ti racconta di quando era un ragazzino arrabbiato che ha inaugurato un genere. Lui al survival horror ci è arrivato prima degli altri: “e pensate che io fino a vent’ anni non avevo neanche mai visto un film”. Non solo. Lui si è saputo riciclare. Ha inventato Scream. E anche sul postmoderno ci è arrivato prima degli altri. E’ vero tutto questo? Sì. Peccato che quando pontifica in questo modo ti metta in imbarazzo. Perchè potresti rinfacciargli di tutto, ma non hai il cuore di ferirlo. E allora ingoi il fatto di aver letto il suo nome alla produzione di cose come queste e che è anche responsabile di quasi tutti i remake dei suoi film. Perchè in fondo gli vuoi bene, ti fa tenerezza e ti ha dato tanta gioia. Un vecchio zio crapulone che ogni tanto è in grado di farti ancora un bel regalo.

Tutto questo per dire che Wes Craven per me è un mistero senza fine (bello), che ha costellato la storia del cinema dell’ orrore di pietre miliari, ove con tale espressione si intenda un’ opera seminale, con delle conseguenze sul genere che vanno al di là dei suoi effettivi meriti. E se esiste un film per cui questa definizione calza a pennello, è sicuramente The Last House on the Left. Se qualcuno mi chiedesse quale film mi ha più influenzato nella mia carriera di ossessionata dal cinema horror, risponderei senza esitazione L’ Ultima Casa a Sinistra. E’ un bel film? Forse no. Ma tutti, indistintamente, hanno copiato da questo viscido oggetto precipitato nei circuiti dei Drive In nel 1972 e destinato ad allungare la sua ombra su tutto quello che sarebbe venuto dopo di lui. Lo so che Hooper si offende, ma il suo Non aprite quella Porta arriva con due anni di ritardo e, sebbene sia un film migliore da quasi tutti i punti di vista, si piazza comunque secondo.

La storia è arcinota e, a parte una gigantesca differenza, resta invariata nel rifacimento del 2009. Questa gigantesca differenza, che vado subito a spoilerare, riguarda la sopravvivenza di Mari. Nel film del ’72 nessuna delle due ragazze ha scampo, in quello del 2009, Mari Collingwood è una campionessa di nuoto, ed è proprio grazie alle sue capacità atletiche che riesce a sfuggire ai suoi aguzzini. Non è un’ idea malvagia. Il film ne acquista in tensione, è una trovata che permette anche di allungare un po’ il brodo e di eliminare gli intermezzi quasi comici con i due poliziotti che tanto stonavano nell’ originale. Tra i cugini deficienti che abbiamo analizzato fino a questo momento, L’ Ultima Casa a Sinistra è il meno deficiente. Ma questo non vuol dire che non lo sia affatto.

Da un punto di vista strettamente visivo The Last House 1972 si situava ai confini dell’ amatorialità. Wes Craven fino a quel momento era stato un topo da moviola (nonchè professore di filosofia), un assistente al montaggio a cui capitava di montare qualche scena che si ritrova catapultato all’ improvviso su un set a dirigere un lungometraggio. Lo stile (se scelto o imposto da budget e incapacità è questione di poco conto, credo) è semplice e rozzo. L’ uso continuo dello zoom e della macchina da presa fissa sono tipici di un certo modo di fare cinema a basso costo di quell’ epoca. Non ci sono grandi invenzioni visive ed è quasi del tutto assente una concezione estetica. Craven si limita a piazzare la MDP e a registrare atrocità e violenza. Lo fa però con rabbia, con ferocia, come se volesse farla pagare a qualcuno, come se volesse far sentire in colpa lo spettatore che sta guardando quelle porcherie. E questo sistema di colpevolizzazione ha ancora oggi il potere di far sentire a disagio chi guarda. Ciò che accade sullo schermo è bestiale, una rapida e quasi inconsapevole degenerazione condotta con la superficialità e l’ idiozia dei delinquenti abituali che si ritrovano due ragazze morte sulla coscienza e non sanno nemmeno loro perchè.

Bisogna dare atto a Dennis Iliadis di non essersi discostato più di tanto da quell’ aggressività che Craven aveva impresso alla sua opera d’esordio: il regista del remake non esagera in virtuosismi, evita di essere eccessivamente patinato e, soprattutto nelle scene di stupro e omicidio delle due ragazze, mantiene quel senso di sporcizia e angoscia che aveva caratterizzato l’ originale, replicando quasi alla lettera alcune situazioni e inquadrature (Paige che si nasconde nella sporgenza, Mari in acqua). I problemi sono tutti in fase di sceneggiatura e di gestione dei personaggi. Se Mari e Phyllis erano due amiche che volevano divertirsi (entrambe cercano l’ erba, ed entrambe decidono di andare da Junior a procurarsela), le loro omologhe del 2009 sono immediatamente identificate con il solito dualismo tra brava ragazza e zoccoletta che vuole farsi le canne. Il che toglie realismo alla vicenda, ed empatia allo spettatore. Come se non bastasse, la famiglia Collingowood è connotata, sin dalle primissime inquadrature del film, dal trauma di aver perso un figlio un anno prima. Non si capisce per quale motivo aggiungere questa sottotrama che non ha nessuno sviluppo e nessun motivo per esistere. Suona più che altro come un goffo tentativo di renderci partecipi emotivamente dei guai di questa famiglia. Io, che sono maliziosa, mi rifiuto di partecipare perchè leggo a intermittenza sullo schermo (a mo’ di sottotitolo) la parola RICATTO.

Il terribile destino di Mari e Phyllis si compie con i toni di un macabro scherzo. Krug (un grandissimo David Hess) sembra sempre un enorme felino che tiene stretto fra gli artigli un topo. Ha stampato in faccia un sorriso perenne, quasi rassicurante nella sua malvagità belluina. Al contrario Garret Dillahunt sembra solo un pazzo isterico che ha finito le medicine. Non regge il confronto neanche per cinque minuti. Ma non è tutta colpa dell’ attore, quanto del ruolo scritto in maniera tale da far diventare Krug un semplice psicopatico con tendenze sadiche. E’ in queste apparentemente piccole cose che l’ abisso contenutistico tra l’ originale e la sua copia si mette in evidenza: la distinzione tra buoni e cattivi, bene e male, famiglia giusta e famiglia sbagliata, è sbandierata e sottolineata a ogni inquadratura e con sconcertante banalità  nel film del 2009. Quel reciproco piacersi e assomigliarsi dei due gruppi che rendeva così straniante la visione dell’ opera di Craven, sparisce del tutto. Al suo posto abbiamo il nucleo famigliare americano che difende, perpetua e riafferma se stesso contro le devianze della società. Non solo, nelle ultime inquadrature, c’è anche il superamento del trauma di aver perduto un figlio, dato che si trova un sostituto. E allora ci si rende conto di trovarsi su un altro pianeta rispetto alla disintegrazione esplosiva del modello della famiglia media americana operata da Craven: invece di un nucleo famigliare distrutto, ne abbiamo uno restaurato. E non è una differenza sottile, assomiglia di più a una netta presa di posizione.

Wes si accende un altro sigaro e bofonchia qualcosa a proposito di quanto erano iconoclasti i suoi film: “noi facevamo horror ma parlavamo d’altro, mica sono un semplice reggista de’ paura, io…” Senti che sta ricominciando a pontificare e quindi a metterti in serio imbarazzo. Non puoi smettere di volergli bene, è ovvio. Però con una scusa lo molli lì col suo sigaro e te ne vai da zio George. E magari impari anche tu a costruire qualche bomba fatta in casa. Non si sa mai. Potrebbe servire.

30 commenti

  1. oh dae-soo · · Rispondi

    Come al solito grandissima recensione sia a livello puramente letterario che in quello tecnico e di comparazione. A me, che non ho visto l’originale, il remake è piaciuto moltissimo. Non ricordo bene quello che ne scrissi ma se vuoi cerca il commento. Quello che però ricordo senz’altro è il grande senso di realismo che mi fece e la pessima, veramente assurda, scena finale del microonde, scena che da sola rischiò di farmi cambiare valutazione.

    1. Grazie! Ho letto il tuo commento proprio ieri su Filmscoop. Non è un brutto film, però tradisce completamente lo spirito dell’ originale. Ma forse sono io che resto troppo legata a un certo modo di intendere il cinema dell’ orrore e non riesco mai ad apprezzare l’ aggiornamento ai tempi attuali di certe storie.
      Sul microonde preferisco sorvolare. Saranno stati tutti i ubriachi 😀

  2. belushi · · Rispondi

    Porca puttana.Post strepitoso.Io non riuscirei a partorire un pezzo simile neanche con i cenobiti che mi spianano il culo a calci. Mi sembra quasi di vedere Hooper che si fotte le birre dal tavolo. Per quanto riguarda il film, che dire.Hai ragione. Come ti avevo già detto, non ho disprezzato il remake. Diciamo che ha superato le mie aspettative. Almeno non hanno censurato la scena dello stupro già in sceneggiatura. E Iliadis ,fortunatamente, non é Nispel.Quindi niente filtri e cazzate da videoclipparo. Poi, io sono una bestia da exploitation becera, é la scena dello stupro di Mari, con David Hess che quando si alza lascia colare la bava sul volto della ragazza,bè , quella rende da sola tutto il clima di bestialità del prototipo.Imbattibile.Ciao Lucia.Bravissima.

    1. Ma dai! Così arrossisco e mi attacco alla bottiglia alle nove del mattino 😀
      Iliadis non è affatto male come regista, la scena dello stupro è affrontata con un certo coraggio, se paragonata ad altri remake, come quello de Le Colline hanno gli occhi.
      La colata di bava è davvero disgustosa. La prima volta che ho assistito a quella scena, ho sofferto fisicamente. Da stare male.

  3. Bellissimo post… ma ti rendi conto che non ricordo nulla dell’originale e poco di quello nuovo? Strano, però se una cosa mi passa inosservata un motivo ci deve essere stato… devo rivederli entrambi e col tempo ti metto un commento più serio 😉

    1. Dai dai, rivedili che ne parliamo! Il rape and revenge ancora scatena dibattiti feroci!
      E tra un pochino ne recensisco uno moderno che mi è piaciuto assai assai!

  4. ot: ma al fantafestival ci va qualcuno tra voi? io sono parecchio attratto dall’idea di vedere il nuovo bianchini (nuovo, insomma, 2010), e l’ultimo miike (13 assassins).

    in b4, ottimo pezzo 😉

    1. Io io ci vado io a vedere Miike! Iooooo!

  5. http://www.fanta-festival.it/programma-2011 (programma)

    ok, è giovedì 16 alle 20:30. cazzo di orario è?

    1. B per me va bene! Io mi alzo all’ alba. Alle venti e trenta non si rischia di fare tardissimo. Ci si va?

      1. assolutamente. poi ci si mette d’accordo tramite il failbook di silvia (io lo aborro)

  6. Uh, che bell’articolo! Soprattutto la parte di John che va via con Amber. Mi sembra di averli visti… 🙂
    E ti pare giusto esserti fatta viva solo di recente? Sul mio blog, intendo… Sai quante discussioni interessanti ci siamo persi?

    😉

    1. Eh, ma io ero molto timida e vergognosa, poi a un certo punto mi sono detta ‘sti cazzi…:D

      1. Adesso so…
        ahahahah 😀

        E, già che ci sono, e sono anche in O.T. (spero mi perdonerai), devo dire che è stato un vero piacere conoscervi. E mi riferisco anche alla signorina qui in basso, col gelato. 🙂

        E poi faccio una confessione, mai stato un fan di queti film, io… Sono più il tipo da apocalisse… non so se s’era capito. 😉
        Però trovo sempre piacevole leggere pareri come il tuo, lucido e obiettivo.

        E ora basta con le sviolinate, giuro. 😀

        1. Ma il piacere assolutamente reciproco (e anche per quanto riguarda la fanciulla col gelato). E ti assicuro che anche io ho una certa passione per l’ apocalisse. Mai quanto la tua, per. Questi film hanno avuto una parte importantissima nella mia formazione (e i risultati si vedono!). Mi piacevano proprio perch brutti, sporchi e cattivi. ma l’ apocalisse sempre l, anche la fine di un microcosmo familiare pu assumere toni apocalittici e l’ ultima casa a sinistra un film, da quel punto di vista, parecchio apocalittico!

      2. Troppo gentile, Hell!
        Anche se in realtà ho conosciuto Lucia tramite te… un giro contorto 🙂

  7. A furia di leggere le tue cose mi riappacificherò con tutti quegli horror che non sono mai riuscita a guardare…
    Recupero anche questo. Certo che vedere due film con gli stupri filmati in modo crudissimo sarà una dura prova.

    1. Eh, ma se riesci a vedere Day of the woman poi anche questo ti sembra una robetta all’ acqua di rose…quel film sistema per bene la soglia di sopportazione…

      1. a (s)proposito di soglia di sopportazione…
        ieri sera ho riguardato The Haunting dopo aver letto il libro. CI credi che ho mollato a metà?

        Più tardi scrivo una recensione, se riesco a raccogliere le idee…

  8. Quale dei due The Haunting ti sei messa a guardare?
    In entrambi i casi non fatico a crederti. Il film di Wise è bello, ma una volta letto il romanzo non ce la fa proprio a reggere il confronto. E’ questo il guaio enorme dei bei libri: ti rovinano anche i bei film.

    1. Non sono così masochista, ho rivisto Wise! E sì, io non ce la facevo proprio a reggere i dialoghi scemi (che c’erano anche nel libro, per carità, ma erano parte integrante dell’atmosfera) e le inquadrature angolari e mosse per cercare di far paura perché la casa, in sé, di inquietante non aveva molto. Per non parlare del cambio della personalità dei personaggi e delle parti omesse (quelle che mi han fatto venire gli incubi!).

      Che tristezza! E’ tutta colpa tua ! 😀

      1. ma no! In realt il libro della jackson ti rimarr per sempre nel cuore, quindi MERITO mio 😀

  9. Sì sì, sono d’accordissimo: questo remake all’ombra del vecchio zio Craven è intriso di moralismo familistico molto amerikano, come avevo accennato anch’io nella mia recensione, il cui link ti segnalerò, appena lo trovo. L’originale trasuda invece morbosità autentica da tutti pori ed una VERA critica sociale del modello familiare americano di quegli anni. Un vero gioiello che il remake sputtana pietosamente.

    1. S, voglio assolutamente leggere la tua recensione del remake! Craven ci paga i mutui e noi soffriamo…

  10. Cara Lucia, non ho trovato il link, nè su HorrorMagazine su cui scrivevo anni fa, nè su Cinemahorror.it o La Tela nera sui cui scrivo oggi. Ho però trovato la recensione intera, che ti scrivo qui. Scusa se porto via molto spazio nei commenti, ma ci tenevo a un tuo parere. Ciao.

    L’ULTIMA CASA A SINISTRA (The Last House on the Left)

    Genere: Thriller/Horror
    Regia: Dennis Iliadis
    Sceneggiatura: Adam Alleca, Carl Ellsworth
    Cast: Monica Potter, Sara Paxton, Riki Lindhome, Tony Goldwyn, Garret Dillahunt, Martha MacIsaac, Spencer Treat Clark, Aaron Paul, Joshua Cox
    Fografia: Sharone Meir
    Montaggio: Peter McNulty
    Musiche: John Murphy (II)
    Produzione: Rogue Pictures, Midnight Entertainment
    Distribuzione: Universal Pictures
    Paese: USA 2009
    Uscita Cinema: 14/08/2009
    Formato: Colore 35MM

    Uscita in città per un pomeriggio, l’ adolescente Mari viene rapita, insieme all’amica Paige, da un gruppo di sadici delinquenti. Dopo lo stupro e l’omicidio dell’amica, lasciata in fin di vita, Mari ha come unica chance quella di raggiungere la casa dei genitori. Ironia della sorte, i criminali troveranno rifugio nella stessa casa inscenando un incidente. La vendetta dei genitori John e Emma Collinwood è dietro l’angolo. John, peraltro, è un medico, e con la moglie e la figlia condivide il lutto per la morte del figlio Sam, avvenuta alcuni anni prima.

    Remake dell’omonimo film diretto nel 1972 da Wes Carven, uscito in Italia il 20/06/1973 con il titolo “L’ultima casa a sinistra”.
    Per amore di chiarezza è opportuno dire subito che questo remake nulla ha a che vedere con l’originale di Craven del lontano 1972, nonostante il film desideri deliberatamente essere un omaggio al maestro, che ne è anche produttore. La potenza comunicativa inquietante (e pessimistica) del primo, è infatti qui del tutto spenta. Vi sono certo alcune scene di buona fattura estetica, come la morte di Francis in un modo diciamo così “triturante” (ma non castrante, come nell’originale). Bella anche la scena dello “sballo” con le canne nella stanza del motel, con le due amiche insieme al giovane Justin (Spencer Treat Clark). Si tratta di una serie di sequenze molto Gus Van Sant, molto ben girate e che rendono chiaro l’intento del regista di immergerci in un clima tra il sognante e l’allucinatorio per farci vivere nel modo più partecipato possibile il mood e lo spleen adolescenziali. Ben condotta anche la lenta scena del ferimento di Mari mentre nuota nell’acqua, da parte di un Krug determinato a eliminare una possibile testimone delle sue nefandezze. Ma il tutto risulta molto patinato, molto “politically correct”, laddove l’originale esprimeva una interessante e molto vivida fotografia sociale del clima post-sessantottino statunitense. L’opera dell’esordiente Craven era inoltre ispirato a “The Virgin Spring” di Ingmar Bergman, film in costume del 1960, modificato in chiave horror dal giovane Craven insieme all’amico produttore Cunningham. Nel remake di Iliadis tutte queste suggestioni storiche si perdono: siamo dalle parti di un “volemose bene” riconciliatorio familiare in stile obamiano, che a qualcuno può piacere, ma che lascia perplesso lo scrivente. Dopo alcune performance cinematografiche recenti, sia statunitensi ma soprattutto europee, avevamo pensato che il genere horror avesse cominciato a prendersi più sul serio, cioè a considerarsi finalmente come vettore estetico-rappresentativo d’elezione delle angosce che attraversano il mondo che noi tutti abitiamo. Una di queste angosce riguarda appunto la disgregazione del valori familiari dell’occidente civilizzato, e la conseguente paura di un vuoto valoriale e affettivo che le giovani generazioni percepiscono ed estrinsecano più di ogni altro gruppo sociale (esempio mirabile di questa esplorazione della crisi della famiglia moderna la troviamo nell’intenso e spiazzante horror “Mum&Dad” dell’inglese Steven Sheil, 2007). Il film di Iliadis invece prende una strada diametralmente opposta, quando il film di Craven al contrario cominciava a porsi già allora domande decisamente più impegnative sulle derive della società americana dei suoi tempi : questo remake-omaggio procede nella direzione di individuare e descrivere un mito familiare edulcorato, che alla fine sembra l’unico punto di riferimento in un mondo di malvagi sociopatici che quel mito vorrebbero distruggere. Malvagi sociopatici neanche tanto convincenti, peraltro. Decisamente più soft e inutili della band malata e davvero perversa che vediamo all’opera nell’originale di Craven. Per fare un esempio, la scena dello stupro nell’opera prima, è decisamente più cruda, più animalesca, selvatica ed esteticamente importante. Questo “Last House on the Left” sembra insomma un “Cane di paglia” (del grande Sam Pekinpah) riadattato per Boy Scout in ritiro spirituale nei boschi di Collinwood. A salvarlo dall’etichetta di “pubblicità del Mulino Bianco” giungono una certa cura nell’allestimento e nelle riprese, l’uso della fotografia e la colonna sonora di John Murphy (II), molto “easy” in alcuni punti anche drammatici, come a voler sottolineare per contrasto la “banalità del male” in un contesto aulico e naturalisticamente sereno. Nel cast il meno appropriato a vestire i panni del mitico Krug Stillo appare proprio Garrett Dillhaunt, lontano mille miglia dalla sottile vena di follia che animava il memorabile David Hess del cult-movie craveniano (Angelo Moroni).

    1. Non preoccuparti assolutamente per lo spazio. Anzi, è molto bello avere un parere così esaustivo in sede di commento, così ci si può confrontare in maniera più approfondita.
      Mi piace molto il paragone che fai con la cinematografia horror contemporanea non statunitense. Mentre in Europa si cerca di dare all’ horror un senso che vada oltre la mera esposizione di frattaglie o di spaventi a buon mercato,e di far tornare il (non) genere a quello che era nell’ epoca d’oro, gli americani sembrano aver smarrito del tutto questa tendenza e usano il cinema della paura come veicolo del conservatorismo più bieco. Una restaurazione di valori ha preso il posto del loro scardinamento. E pensare che furono proprio i cineasti americani a dare all’ horror quella carica eversiva tipica di pellicole come The Last House on the left del ’72.
      Il remake, come tu dici, non è un film brutto. Ed è azzeccatissimo il paragone con Van Sant. Solo che gli manca qualsiasi volontà di esprimere un disagio che vada oltre la superficie.
      Grazie per l’ intervento!

  11. Ottimo pezzo,sia per l’analisi dei due film che per la riunione di famiglia con i registi.(Zio George che insegna a fare le bombe lo voglio anch’io)

    1. Ma Grazie 🙂
      Chi non vorrebbe uno zio come George?Te lo immagini che simpatico zuzzurellone?

  12. Giuseppe · · Rispondi

    Io ho visto l’originale e sicuramente è un film che lascia il segno con un David Hess “disgustosamente” calato nel personaggio, non che il resto dell’allegra compagnia scherzi beninteso…il problema è che sì -purtroppo-, si è passati dal clima eversivo dell’epoca al reazionario “yankee” contemporaneo (poco si salva), e un remake del Craven giovanile con una simile premessa mi dà l’idea di essere ancora più decontestualizzato rispetto ad altri, si snatura proprio ciò che stava alla base dell’originale furia iconoclasta (si potrebbe dire, in soldoni, che dove Wes distruggeva Iliadis al massimo può “danneggiare”).
    Complimenti per la brillante introduzione con la festa di famiglia, era come se ci fossi anch’io 😀 Ecco, magari a Hooper consiglierei di abbandonare i propositi omicidi nei confronti di Steven, ricordando quando facevano faville insieme ai tempi di Poltergeist…a pensarci bene però mi sa che così lo farei incazzare ancora di più 😉
    P.S. Le tue recensioni non starebbero male raccolte in un volume, in formato cartaceo o digitale…

    1. No, no, no, il volume è troppo! Stanno bene qui, sul blog, tranquille e isolate e, soprattutto, senza la minima pretesa e vanno bene così!
      Ti ringrazio tanto, davvero 😉
      Però, se ti capita, un’ occhiatina al remake dagliela, perché forse è il meno peggio tra tutti i rifacimenti dei classici anni ’70 e, se nel finale ha tutti i brutti difetti di cui parlo, la prima parte è molto solida, e ti illude quasi!

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