Los Ojos de Julia

Regia – Gullem Morales (2011)

Prima di cominciare vorrei indire un concorso a premi per il titolo italiano che non c’entra un cazzo più idiota dell’ anno. Sento che questo potrebbe essere un buon candidato. Con gli occhi dell’ assassino. Io certa gente la devo conoscere, ho bisogno di parlarci e capire da dove tirano fuori queste perle di involontaria comicità surreale. Gli occhi di Julia era difficile? Secondo loro il pubblico italiano non avrebbe capito?

Fatte le doverose premesse, è molto bello quando capita di vedere un film che sia al tempo stesso inquietante, profondo, girato con uno stile preciso, rigoroso e con un’ idea molto chiara di quello che si vuole raccontare. Los Ojos de Julia porta sullo schermo un tema che al cinema, per forza di cose, non è mai stato facile da mostrare: l’ assenza di visione. Il personaggio principale soffre di una malattia che causa la perdita progressiva della vista. La sua gemella, Sara, affetta dalla stessa malattia si è appena tolta la vita, ma Julia crede che dietro al suo suicidio ci sia dell’ altro e comincia a indagare per conto suo. Una storia èpiuttosto semplice, i cui risvolti gialli sono abbastanza pretestuosi, dato che il responsabile si intuisce facilmente. Tuttavia la sceneggiatura è solida e ben scritta, e si concentra su Julia e sul suo sprofondare gradualmente nelle tenebre, mentre va alla ricerca di quell’ assenza, di quel vuoto, di quell’ uomo invisibile che ha causato la morte della sorella. Un assassino che è un’ ombra, che tra le ombre si nasconde e che solo chi vive a sua volta nell’ ombra può notare e riconoscere.

Morales ci fa “vedere” la cecità di Julia, dapprima in maniera parziale, attraverso soggettive che hanno parte della visuale oscurata, poi quando la protagonista, in seguito a un’operazione è obbligata a portare sempre una benda sugli occhi, l’ inquadratura ci mostra soltanto il suo volto, nascondendoci quello degli altri personaggi che la circondano. Percepiamo così il senso di spaesamento che deve provare anche Julia, mentre impara a muoversi in casa sua contando i gradini e misurando i passi che la separano da porte e pareti. Verso la fine, lo schermo diventa completamente nero e riusciamo a intravedere l’ azione che si svolge solo grazie a un flash di una macchina fotografica che illumina la scena a intermittenza.

E’ un metodo elegante e studiato per rappresentare, attraverso le immagini, la mancanza di esse. Non a caso, Belén Rueda è quasi sempre in campo, per tutta la durata del film, tranne che in una scena. Ed è solo attraverso il suo sguardo che interpretiamo la realtà che ci circonda, in un meccanismo narrativo che mi ha ricordato molto Rosemary’s Baby di Polanski. Sono gli occhi di Julia, per quanto siano offuscati, danneggiati, per quanto la sua sia una visione all’ inizio parziale e poi del tutto chiusa, che ci svelano a poco a poco il mistero che si cela dietro il suicidio della gemella. Nessuno crede che si tratti di un omicidio, Julia passa per paranoica e ossessionata, anche perchè l’ assassino è, come abbiamo già detto, invisibile per tutti, tranne che per lei. E’ un uomo che si nasconde in un anonimato assoluto, si fa fatica a ricordarne il volto e quando Julia chiede a un cameriere in un ristorante di descriverglielo, quello scuote la testa: non è in grado, anzi, non è possibile.

Morales è bravissimo a costruire una tensione crescente e palpabile mantenendo un ritmo lento e riflessivo lungo tutta la durata del film. Usa il fuori campo in maniera impeccabile, gestisce il sonoro senza sbalzi di volume e semina il sospetto che nessuno dei sensi sia realmente affidabile, che la stessa Julia ecceda in paure e paranoie ingiustificate. I passi che sente nella casa, sono reali? La persona che segue nella clinica, esiste veramente? Non ci sono certezze se non nel finale, quando l’ assassino svela il suo viso per la prima volta. “Lo vedete?” grida Julia ai poliziotti “Riuscite a vederlo?”. E per un lunghissimo attimo in cui le torce si muovono sul muro, abbiamo anche noi il terrore che no, non riescano a vederlo nemmeno adesso.

Nel corso degli ultimi minuti del film devo ammettere di aver frignato come un poppante. Oggettivamente, Morales si fa prendere un po’ troppo dal sentimentalismo e calca in maniera eccessiva il pedale della commozione, ma riesce a smuovere sentimenti profondi, a dispensare pietà e perdono per tutti i personaggi, con una grandissima umanità e (se non vi disturba il termine), un forte senso etico. Insomma, avercene, di thriller così. Ne dovrebbero fare almeno un paio al giorno.

E se becco quello che ha tradotto il titolo, lo acceco.

19 commenti

  1. belushi · · Rispondi

    Eh, bel titolo del cazzo. Mi domando cosa sia successo ai titolisti italiani. Una volta tiravano fuori cose come “A Venezia Un Dicembre Rosso Shocking” da “Don’t look back” di Nicolas Roeg, roba che dici “minchia, stasera vado a vedere ‘sto Dicembre Rosso shocking…chissà i numeri….”. Vabbè. Il film di Morales non mi è proprio piaciuto,invece. Avevo apprezzato molto il precedente “El Habitante Incierto”, ma questo lo vedo come una occasione sprecata.Una bella macchina, ma senza motore. Salvo solo la Rueda che é una gran bella donna e una attrice molto,molto brava.Questione di gusti, che non mi impedisce di apprezzare la tua rece.Scusa per la rottura!Un saluto!

    1. Ma quale rottura! E’ sempre un piacere leggerti da queste parti, ci mancherebbe. Non ho visto El Habitante Incierto, ma me lo procuro subito. In che senso macchina senza motore? Dici che mancano i contenuti? E comunque d’accordo con te sulla Rueba, splendida e molto, molto brava

  2. Accipicchia, da una scassa-movie come te mi sarei aspettato una ciabatta sul video e inceve mi sorprendi dicendo che è molto carino. Dopo il male che ho letto in giro non l’avevo più preso in considerazione, ma adesso mi tocca dargli una seconda chance… ok, poi ti dico!

    1. Ehm, ma io ho dei gusti un po’ particolare 😀 Questo mi ha davvero colpito, pi che altro per il linguaggio che utilizza Morales. Mi sembrato molto originale dal punto di vista visivo. Poi ho un animo gentile e se mi fai piangere, mi hai gi mezza conquistata

  3. belushi · · Rispondi

    No,no. I contenuti ci sono. La malattia degenerativa degli occhi é idea forte e suggestiva. Ma in un film dal metraggio così lungo, trovo che ci sia una mancanza di tensione costante.Specialmente nella seconda parte. Non mi sembra che il regista abbia la “carica visionaria” sufficiente per chiudere una storia così promettente. Però rimane sempre mio personalissimo parere. Un plot così, mi sarebbe piaciuto vederlo nelle mani di DePalma, per intenderci. Ma tutte queste cazzate lasciano il tempo che trovano. E poi é bello avere pareri discordanti. Grazie per la replica!Un grande saluto!

    1. Più che un De Palma, sarei molto curiosa di vedere cosa potrebbe inventarsi Polanski con un soggetto del genere. Però ora che mi ci fai pensare, anche De Palma…
      Io l’ho trovato molto suggestivo soprattutto per la sua lentezza. POi, vabbè, sono mezza scocciata e adoro i film dai ritmi così pacati. E comunque non sono così snob come sembro. Ieri sera ho visto fast five e l’ ho giudicato il film più bello della storia del cinema 😀

  4. belushi · · Rispondi

    Ah!Ah! Ma quale snob! Una che parla di “House on Sorority Row”! Guarda, Fast5 l’ho visto al cinema e, si, mi é piaciuto di brutto! Fai te! Ciao !!! A risentirci!!!

  5. Effettivamente un film che rappresenti con realismo il mondo dei ciechi ancora non è stato fatto, d’altronde se si pensa che il cinema è prima di tutto visione la sfida si fa difficilissima, forse solo Herzog con il Paese del silenzio e dell’oscurità, ecco lui si. Comunque vorrei che tu facessi la recensione di Anche i nani hanno comincito da piccoli, metto il gettone qui, ecco, lo lascio qua. Grazie, a presto.

    RaaF

    1. Ma io gli strumenti culturali per recensire Herzog non li possiedo. Come faccio, al massimo io posso parlare di Fast 5.
      E ricordati che mercoledì mi porti My son My son what have ye done…

  6. Ecco…mi hai fatto salire la curiosità di vedere sto film….Appena me sistemo ce lo vediamo?

    1. @rEn, lo rivedo molto volentieri, tesoro! Poi a te non piacerà e così avremo un altro argomento di discussione oltre il calvinismo 😀

  7. ringrazia soltanto che non l’hanno intitolato “se mi lasci ti acceco”. è già un bel passo avanti.

    1. Però, ti giuro, lo avessero intitolato così sarebbe stato da stringergli la mano per il finissimo gusto autocitazionista. Con gli occhi dell’ assassino è semplice idiozia applicata

  8. eh che ci vuoi fare, individuano il target e hanno una serie di titoli di riferimento, da cui attingere mescolando randomicamente le parole per evitare palesi omonimie.. o almeno questa è la mia impressione.
    così il pubblico bue si sente attratto dal messaggio “deja-entendu” e corre felice a vederselo (see..).
    chiaramente nel belpaese di questa pratica nefasta ne hanno fatto un’arte. d’altronde, nel nostro cinema è considerato eretico non mettere la parola “amore” nel titolo del film.
    odio allo stato puro.

  9. …perchè dici che non mi piacerà? sei pessimista oltremisura! A me l’orfanato è piaciuto parecchio….

  10. oh dae-soo · · Rispondi

    Lo vedrò, per questo non leggo la recensione. Però Spagna, Rueda, mi hai fatto venir voglia di rivedere quello che considero il più bel horror (con distacco) degli ultimi 5 anni visto che non l’ho ancora recensito. A presto!

    1. El Orfanato spacca e rulleggia 😀
      E soprattutto ti fa scendere quella lacrimuccia che in horror fa sempre un effetto particolare. Però io mi commuovo con qualunque cosa e non faccio testo!

      1. oh dae-soo · · Rispondi

        Non sai che impatto ha avuto quel film su di me. Ho quasi paura a rivederlo e sono convinto che sarà molto difficile scriverne senza rischiar di cadere nella retorica. Se posso lo riporto a casa già stasera, intanto ieri mi son visto Silent Hill, affatto male.

        1. Anche a me piacque molto Silent Hill, sar perch ho un debole per Radha Mitchell. Comunque vero che El Orfanato ha il potere di farti sentire ancora a disagio a distanza di mesi dalla visione. E capita anche a me, quando un film mi colpisce davvero, di crollare nella retorica pi spinta.

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