Baby Blues

Regia – Lars Jacobson, Armadeep Kaleka (2008)

Ah, le gioie della maternità! Ritrovarsi a 32 anni a vivere in una fetida fattoria, con quattro adorabili frugoletti da accudire tutta da sola perchè tuo marito fa il camionista e non c’è mai. Le rare volte in cui si va vivo, comunque ti ingravida e ti lascia pure i jeans da riparare e se ne riparte tutto fiero della propria splendida, numerosa, amatissima famiglia.  Dimenticavo che la tua unica distrazione è leggere la bibbia seduta in veranda e contemplare uno spaventapasseri nel campo di granturco adiacente. Se poi uno tende a sbroccare e ad ammazzare qualunque cosa gli capiti sotto tiro, è un filo giustificabile, no?

La protagonista di Baby Blues non ha un nome, è semplicemente “Mom”, non possiede quindi, sin dai titoli di testa nessun’ altra identità se non quella di madre.

Mom soffre di depressione post parto, ma non se ne rende conto nessuno, tranne forse il figlio maggiore, che intuisce come ci sia qualcosa di sbagliato in lei, e cerca di comunicarlo al papà, che lo rassicura e poi sparisce, con vaghe promesse di tornare il prima possibile.

Mom scoppia a piangere senza apparenti motivi, farnetica di sue vecchie amiche del liceo che adesso stanno in televisione a dire le previsioni del tempo e, ogni tanto, ha le allucinazioni.

Basta poco. Basta un momento di confusione a tavola, con i bambini che si contendono un giocattolo e il neonato che attacca a frignare con quella voce che ti trapana le orecchie e faresti qualsiasi cosa pur di farlo tacere. E a quel punto cala il buio e Mom cessa di esistere e al suo posto appare una furia che ha il solo intento di distruggere i colpevoli del suo malessere.

Jacobson e Kaleka producono, scrivono, dirigono e montano questo film a basso costo, caricandolo quasi interamente sulle spalle della bravissima Coleen Porch, che interpreta un personaggio difficile e sgradevole senza andare quasi mai sopra le righe, anche nei momenti più folli (la scena di lei davanti allo specchio che si trucca le labbra col sangue mette i brividi). Il film parte subito alla grande, con un breve, ma esaustivo spaccato della vita quotidiana di questa famiglia: i figli non sono dei diavoli scatenati, ma bambini perfettamente normali e anzi, per quanto riguarda il primogenito, anche troppo buoni e responsabili. Il marito, quasi sempre assente, a parte la scarsa attenzione nei confronti del disagio di Mom, non è un bastardo, ma solo una persona con dei limiti, come tutte. Eppure la vita di Mom è un vero inferno. La sceneggiatura riesce a far intravedere una qualche velleità e ambizione nel passato di questa donna, senza però specificarla e senza spiegarci ogni sfaccettatura della sua frustrazione. La sua mente si incrina e poi si spezza in maniera molto naturale e, quando lo fa, i registi mettono in scena delle sequenze di infanticidio estremamente fastidiose e perturbanti, lasciando tutta la violenza e l’ orrore fuori campo. Tanto di cappello ai due esordienti, per essere riusciti ad affrontare un argomento così spinoso senza falsi pudori e senza scadere nella banale exploitation.

E’ un vero peccato però che un film con un potenziale così alto e con una riuscitissima prima parte scada poi in una quasi parodia di Shining, però al femminile, con la mamma terribile che insegue un primogenito eccessivamente scaltro e resistente per essere un bambino così piccolo. Mom mostra anche una forza degna dei peggiori bogeyman della storia del cinema. Prende un sacco di botte e cade e si rialza neanche fosse la reincarnazione di Jason. Se fino a pochi minuti prima, eravamo portati a provare dell’ empatia nei suoi confronti, col passare del tempo si trasforma in un mostro ghignante, in una sorta di strega delle fiabe, togliendo realismo e inquietudine alla vicenda narrata.

Baby Blues resta comunque un ottimo tentativo di compiere una riflessione non banale sulla maternità che però si perde in un finale pessimo (sembra quasi che si voglia annunciare un seguito, Mom II – Resurrection, potrebbe essere un bel titolo). Più o meno sullo stesso tema, trattato in maniera più sottile e profonda, consiglio lo splendido Triangle di Christoper Smith, di cui (se mai avrò la forza di rivederlo) un giorno o l’ altro parleremo.

7 commenti

  1. oh dae-soo · · Rispondi

    Film che non potrò mai vedere. La paternità mi ha portato ad una tale sensibilità per cui non posso nemmeno immaginare certe scene. Comunque è un film di strettissima attualità dato che ogni giorno, solo in Italia, ci sono 2,3 mamme che scapocciano e tentano (riuscendoci spesso) di ammazzare i propri figli. E’ una società dove la parola tranquillità, in tutti i suoi aspetti e ambiti, è totalmente bandita, ci vuol poco a passare la sottile linea rossa.

    1. E ti assicuro che, sebbene non si veda quasi nulla, sono davvero impressionanti. Peccato che il film si perda nel finale perchè ha un impatto emotivo davvero profondo, per i primi quaranta minuti.

  2. Ne ho uno in visione a breve su quato filone… non so cosa ne pensi tu, ma, sui generis, “A l’interieur” è in assoluto quello che mi ha svangato di più il cervello… pavura…

    1. A L’ interieur mi piaciuto molto e mi ha spaventato a dovere. Solo che non lo inserirei proprio in questo filone. Che film hai in rampa di lancio? Dai, sono molto curiosissima!

  3. “Grace” del 2009 che mi sono perso ma ho letto moooolto bene!

    1. Grace un gran bel film. A me piacque davvero molto, magari ha un ritmo un po’ sonnacchioso, ma io apprezzo i film dal ritmo lento e quindi ci sono andata a nozze. Vediamo che ne pensi!

  4. Per la stessa ragione di Oh Dae-Soo non credo potrò mai vederlo.L’avevo già adocchiato tempo fa ma francamente mi terrorizza solo l’idea di spararmelo.Inoltre rischierei,se beccato,l’istantane a cacciata di casa da parte della mia compagna.

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