Balada Triste de Trompeta

Regia – Alex de la Iglesia (2010)

Si passa la vita a guardare monnezza, perchè alla fine è vero che il 90% dei film di genere che escono sono inguardabili ciofeche. Poi, ogni tanto capita che un film ti riconcilii completamente con il cinema, ti faccia capire per quale motivo sopporti di vedere della robaccia disgustosa e perchè ti ostini, nonostante tutto, ad amare le storie narrate per immagini.

Ecco, Balada Triste de Trompeta è uno di quei film, quelle perle rare che ti lasciano a bocca aperta dall’ inizio alla fine, in cui sei certo di trovare una nuova invenzione a ogni inquadratura; un’ opera che scatena riflessioni, diverte, disturba e sconvolge, un atto d’ amore sconfinato nei confronti del Cinema.

De La Iglesia è uno dei registi più sottovalutati al mondo. Dai noi è quasi considerato alla stregua di un coglione. Basta pensare alla sufficienza con cui questo suo ultimo lavoro è stato accolto a Venezia dai critici nostrani, che hanno visto il sangue e i pagliacci sfigurati e si sono spaventati moltissimo. Hanno pensato a un filmaccio dell’ orrore e giù a dire cazzate e a sparare nomi alla come viene, che tanto quando vedi sparatorie, ambientazione anni ’70, fotografia un po’ desaturata, dici subito Rodriguez e Tarantino, concioni due fesserie sul postmoderno e tutti applaudono: “va’ quanto sei colto e al passo coi tempi”.

E allora Balada Triste è stato confuso con una tarantinata a caso, tanto a Tarantino è piaciuto e quindi l’ abbiamo incasellato, etichettato, reso innocuo e avanti il prossimo. Peccato che questo film non sia una tarantinata, ma una delle opere più ciniche, amare e disilluse che mi sia mai capitato di vedere e che la violenza rappresentata non è un fine giochetto citazionistico, ma sia l’ emblema di una sofferenza reale, di una ferita che ancora sanguina, insieme al tentativo di venire a patti con la coscienza sporca di un intero paese.

Ambientato tra il 1937 e il 1973, Balada Triste de Trompeta ripercorre la storia spagnola dalla guerra civile agli ultimi anni del regime di Franco e lo fa attraverso lo sguardo di un gruppo di artisti circensi, in particolare di due clown, Sergio e Javier, e di un’ acrobata, Natalia.  Javier è l’ ultimo di una generazione di pagliacci. Suo padre, dopo essere stato arruolato a forza nelle file dei repubblicani e aver sterminato un bel po’ di fascisti a colpi di machete, viene arrestato e muore durante la costruzione del mausoleo di Franco. Passano gli anni e ritroviamo Javier a ripercorrere le orme paterne. Si lega a un circo, dove assume il ruolo di pagliaccio triste, spalla del violento ed egocentrico Sergio e si innamora di Natalia che è però sentimentalmente legata proprio a Sergio.

In un’ atmosfera che ha i toni cupi della tragedia greca, vediamo svilupparsi questo funesto triangolo amoroso, mentre assistiamo ai cambiamenti storici del paese attraverso filmati di repertorio e telegiornali. Violenza e sopraffazione sembrano essere le uniche dominanti nella vita dei personaggi e anche il mite Javier, reso folle dall’ amore per Natalia, cede all’ orrore, si autosfigura (in una delle scene più potenti ed evocative del film) e diventa un diabolico clown vendicatore. Memorabile, poco prima della sua metamorfosi, la scena del morso al generalissimo durante una battuta di caccia in cui Javier viene usato come cane da riporto.

Dato che ultimamente la patente di visionario la si regala qui e lì coi punti del mulino bianco, si è un po’ perso di vista il significato del termine. E si dimentica che uno stile visionario non è dato dall’ accumulo di inquadrature schizofreniche e dalla rimasticatura dell’ immaginario altrui, ma dalla creazione di un proprio e personalissimo universo, accompagnata da un grande rigore formale, ché il cinema è cosa diversa dal videogioco e dal bombardamento continuo di luci, suoni e colori che a esso si accompagna. Balada Triste de Trompeta è un film visionario e rigoroso allo stesso tempo, un film che si diverte a mischiare generi e toni, ma che non perde mai di vista la sua natura essenzialmente cinematografica e non abbandona mai un linguaggio che è intrinseco al cinema, evitando di scivolare nel videoclip o in un’ estetica televisiva. Ed è soprattutto per questo che si fa amare dai titoli di testa al terribile finale, dove non c’è catarsi, non c’è redenzione, ma solo morte, lacrime e dolore. E un volo che perseguiterà i miei sogni per molto, molto tempo.

7 commenti

  1. Qualcosa mi dice che lo vedrò presto 🙂

  2. visto. ma, se devo essere syncero, credo che dopo el dia de la bestia il buon alex de la iglesia abbia perduto il tocco. per una buona metà sono stato preso da quel realismo magico che tanto mi ha ricordato il dolce dolce santa sangre. poi la pellicola si perde via in inutili arzigogoli da triangolo amoroso che sinceramente, dopo carne tremula (vero mito©), pensavo improponibili. l’amico iglesias ama il grottesco ma non sa dosarlo all’interno di una trama sensata; la ridondanza è sovrana. salvo poi riprendersi nel finale, davvero fantastico: ma non basta per proclamare balada triste un capolavoro.
    nel complesso un film discreto (per me eh!), ma che non rimane impresso nella retina.

    1. Ma no, capolavoro è una parola troppo grossa. Forse sono talmente abituata alla monnezza che appena vedo un film che appartiene alla razza cinema non capisco più niente. E a parte i difetti che hai riscontrato tu (che sono veri, per carità), mi sono lasciata incantare dalla potenza visiva del tutto e dal modo di de la iglesia di affrontare un argomento che è ancora scottante, come quello della dittatura. Immagina qui da noi dove ancora si parla del fascismo con fiction demmerda che fanno venire l’ orchite solo a vedere gli spot in tv.

  3. vero, come regia e potenza visionaria è davvero un film superlativo. se ti piacciono i fumetti, procurati l’eredità del colonnello di carlos trillo, una graphic novel che tratta il tema della dittatura argentina frullando racconto grottesco con disegno raffinato e perturbante, coloratissimo.
    a tinte horror, anche vagamente underground, ma curato nei dettagli e molto vicino a un film come tony manero, perlomeno nel farti sentire lo squallore e il degrado dell’epoca che racconta..

  4. Con la “Comunidad” ha mostrato di saperci fare, certo non un capolavoro ma al tempo buttò giù un lavoretto non male.
    Balada Triste de Trumpeta segue una strada decisamente diversa, molto più allegorica e simbolica.
    Felicemente passato inosservato altrimenti avrebbero cominciato a paragonarlo a Tarantino e Tarantino DEVE MORIRE.

    1. Sì, la Comunidad non è un film perfetto, ma almeno è un qualcosa che non si vede troppo spesso.
      Però perché il povero Tarantino deve morire? Lui che c’entra?
      E benvenuto!

  5. La canzone tormentone del film mi fa impazzire…pregna di magica nostalgia, FILMONE!!!

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