This is my Boomstick Award 2014

boomstickaward2014E così, anche in questo 2014, mi sono beccata un bel Remington dal reparto ferramenta da inserire con orgoglio sul mio blog. E, a mia volta, ne devo assegnare sette ad altrettanti meritevoli blog. Perché si assegnano i Boomstick? Perché sì. Da dove parte l’assegnazione del Boomstick? Dal blog di Hell. Chi mi ha assegnato il Boomstick? Marco di Prima di Svanire, che ringrazio di cuore.

Il Boomstick ha delle regole ben precise:

1 - i premiati sono 7. Non uno di più, non uno di meno. Non sono previste menzioni d’onore

2 – i post con cui viene presentato il premio non devono contenere giustificazioni di sorta da parte del premiante riservate agli esclusi a mo’ di consolazione

3 – i premi vanno motivati. Non occorre una tesi di laurea. È sufficiente addurre un pretesto

4 – è vietato riscrivere le regole. Dovete limitarvi a copiarle, così come io le ho concepite

E ora, via coi miei Boomstick dell’anno 2014.

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In Fear

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Regia – Jeremy Lovering (2013)

Torniamo a occuparci di cinema indipendente e di registi esordienti, tutte cose che ci piacciono un sacco, soprattutto quando sono realizzate con passione e tonnellate di classe, nonostante la scarsità di mezzi. In Fear è l’opera prima di un regista britannico che ha lavorato molto in tv, distinguendosi nel 2003 per il documentario Killing Hitler.
Gira questo suo primo lungometraggio utilizzando un’Alexa, una Canon 7D e, per alcune scene, la famosa GoPro. Presenta poi In Fear al Sundance dello scorso anno e raccoglie parecchi consensi.
Il giovanotto ha portato a casa un film di 90 minuti avendo a disposizione tre attori, una macchina e un boschetto. Niente altro. Pare che i due protagonisti principali avessero pochissime informazioni sulla trama e che non gli fosse stata data neanche una sceneggiatura. Lovering ha girato così diverse ore di materiale e poi ha ricomposto il tutto in sede di montaggio.
Il risultato è un prodotto che, per la prima metà, per usare una terminologia strettamente tecnica, ti fa cagare addosso dalla strizza.  Continua a leggere

1999: Ravenous – L’Insaziabile

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Regia – Antonia Bird
You know, if you die first, I am definitely going to eat you. The question is, if I die first, what are you going to do? Bon Appetit

Se l’è portata via il 2013, a soli 54 anni, Antonia Bird. E questo è stato il suo ultimo lungometraggio, prima che la regista si dedicasse esclusivamente a lavori televisivi. Unica incursione nel territorio dell’horror da parte sua. Un horror atipico e molto particolare per messa in scena e svolgimento.
Non avrebbe neanche dovuto dirigerlo lei, Ravenous, ma Milcho Manchevski, licenziato dalla produzione dopo un paio di settimane.
Nel 1999 quello di Antonia Bird era un nome importante. A metà degli anno ’90 aveva diretto un paio di film controversi e molto interessanti, Il Prete e Face. A me piace anche Mad Love, ma sono una delle poche che lo apprezza.
E poi la chiamano per portare a termine questo cannibal movie ambientato durante la guerra tra Stati Uniti e Messico, negli anni ’40 del XIX secolo, su suggerimento di uno dei protagonisti del film, Robert Carlyle, abituale collaboratore della Bird, sia in qualità di attore che di co-produttore.
Forse Ravenous le ha stroncato la carriera. Il costo del film, 12 milioni di dollari, non venne recuperato neanche alla lontana e gli incassi in sala si fermarono su un paio di miseri milioni.
La critica neppure ci andò leggera. Tra i pochi a riconoscere le qualità di Ravenous c’era Roger Ebert. A differenza di molti horror andati male al botteghino e distrutti dai critici, questo non è mai stato rivalutato. E anzi, in molti lo hanno del tutto rimosso. Poco importa: siamo qui apposta per rinfrescarvi la memoria. Attenzione agli spoiler, che saranno piuttosto numerosi. Continua a leggere

Snowpiercer

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Regia - Joon-ho Bong (2013)

Ormai capita sempre più di rado che certe pellicole trovino degli sbocchi distributivi da noi. In questo caso, il cast internazionale di un certo richiamo ha permesso che un film di Joon-ho Bong uscisse per la prima volta in Italia.
Si tratta del film più costoso della storia del cinema coreano, non prodotto, ma distribuito sul mercato anglofono dai Weinstein. Il vero produttore, nonché anima del progetto, è Park Chan-wook.
Pare che Bong abbia letto il fumetto francese da cui è tratto il film, Le Transperceneige, nel 2004, ancora prima di girare The Host e che l’unica casa di produzione disposta a comprare i diritti per realizzare un’opera così ambiziosa sia stata proprio quella di Park, la Moho Films. 

Le riprese si svolgono nella primavera del 2012 a Praga, mentre per la post produzione ci si sposta in Corea. Bong, per questa sua prima esperienza in lingua inglese, si porta dietro il direttore della fotografia del suo penultimo lavoro, Kyung-pyo Hong, e il montatore Steve M. Choe.
Il cast, lo abbiamo detto, è del tutto internazionale e, a parte due eccezioni su cui dovremo tornare, è composto da attori che non con Bong non hanno mai lavorato.
Snowpiercer è andato molto bene in patria, dove ha incassato più del doppio dei suoi costi di produzione. E si è difeso anche all’estero. Ma qui da noi è uscito in pochissime copie e il mio consiglio è di precipitarvi a vederlo prima che lo tolgano. E, se dovessero averlo già tolto, di procurarvelo con qualsiasi mezzo, lecito e non. Continua a leggere

1989: I, Madman

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Regia – Tibor Takács
“Are you Sidney Zeit?”
“No. I’m Nelson Doubleday”

Il destino di certi film (e di certi registi) mi è sempre sembrato profondamente ingiusto. Film che di solito sono pieni di idee eccellenti finiscono dimenticati, insieme a chi quelle idee le ha prima messe su carta e poi filmate.
Il povero Tibor Takács è finito a dirigere squallidi filmacci televisivi come Mega Snake o Kraken: Tentacles From the Deep e oggi ci ricordiamo a stento di questo minuscolo horror del 1989, dove si cominciava ad affrontare il genere da un punto di vista diverso, confondendo la finzione con la realtà e fermandosi a riflettere sul genere stesso e sui suoi meccanismi, molto prima che questa impostazione diventasse prima una moda e poi un obbligo imprescindibile.
Trattandosi di un titolo pressoché sconosciuto, vi agevolo un breve riassunto della trama.
I, Madman (uscito in Italia come “Sola in quella Casa” e non chiedetemi cosa ci azzecchi) parla di una giovane commessa in un negozio di libri usati, Virginia, appassionatissima di storie del terrore. All’inizio del film la vediamo intenta a leggere “Much of Madness, More of sin”, in cui uno scienziato pazzo crea un umanoide in laboratorio. L’autore è un tale Malcom Brand, che ha scritto anche un altro libro, all’apparenza introvabile, “I, Madman”.
Virginia lo cerca senza risultati nel negozio dove lavora finché un bel giorno se lo vede recapitare direttamente a casa, in busta chiusa e senza mittente. Credendo sia un regalo della sua collega, Virginia comincia a leggerlo e gli orrori scritti sulle pagine si materializzano nella realtà, minacciando lei e tutte le persone che conosce. Continua a leggere

Lone Survivor

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Regia - Peter Berg (2013)

Come avrete notato, su questo blog omai non si parla più solo di horror, anche se il genere prediletto rimane quello, cerco di dare spazio anche ad altre mie fisse cinematografiche. I war movie sono una di queste. Credo sia il primo che affrontiamo su queste pagine, dato che Zero Dark Thirty può essere assimilato al filone solo di sfuggita. Mi sento quindi in lieve difficoltà: non sono affatto ferrata in materia militare, ma per mia fortuna mi viene in soccorso il blog di Fabrizio Borgio, dove in un’ottima recensione, si analizza Lone Survivor anche dal punto di vista del realismo nei combattimenti rappresentati.
Prima ho citato Zero Dark Thirty, e non l’ho fatto proprio a sproposito. I due flim hanno infatti in comune un paio di elementi, quello di essere girati con uno stile asciutto e anti spettacolare (ma Lone Survivor ogni tanto si lascia un po’ andare. Ci torneremo), e quello di parlare di ferite ancora aperte nella coscienza collettiva di un popolo. Penso che quindi la percezione di questi film sia molto diversa qui da noi rispetto agli Stati Uniti, dove non a caso Lone Survivor è campione di incassi incontrastato di questo inizio di anno Continua a leggere

1979: Phantasm

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Regia – Don Coscarelli
“You think when you die, you go to heaven. You come to us!”

Icone. Oggi una bella patente di icona non la si nega a nessuno. Basta pensare che Victor Crowley e Jigsaw passano per icone horror.
Adesso, io magari non ci capisco niente e sono una rompicoglioni inacidita e con la puzza sotto al naso, ma ipotizzo che un’icona debba un minimo resistere alla prova del tempo. E allora è icona Freddy Krueger (non lo sto mettendo a caso, ci torniamo), che nasce nel 1984 e ancora oggi turba i sogni di grandi e piccini, è icona Michael Myers, partorito nel ’78 e che ancora non ha smesso di affettare a destra e a manca. Aggiungete voi altri personaggi a piacimento, a seconda delle vostre preferenze. Ma che nessuno si azzardi a negare che il Tall Man di Phantasm non è un’icona. Una delle prime, cronologicamente parlando. Arriva infatti un anno dopo Halloween, in un biennio, quello ’78-’79 che ha segnato in maniera indelebile il futuro del genere.
Nel periodo a cavallo tra gli anni ’70 e gli anni ’80 si sono infatti gettati tutti i semi di quello che sarebbe diventato l’horror a venire. Phantasm, per quanto sia poco citato e non sempre ricordato a fianco di altri colossi del periodo, è un film, appunto, seminale, la cui importanza nello stabilire codici e stili poi diventati consuetudini non sarà mai abbastanza riconosciuta.  Continua a leggere

The Human Race

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Regia – Paul Hough (2013)

Difficile scrivere a proposito di un film su cui non si è stati in grado di farsi un’opinione precisa. Finito di vedere questo The Human Race, nella mia testa c’era un solo, enorme punto interrogativo. Attorno al quale galleggiavano un paio di “maccheccazzo” piuttosto chiassosi.
The Human Race è l’esordio in un lungometraggio dell’inglese Paul Hough, classe 1974, figlio di John Hough, regista di parecchie pellicole di un certo interesse, negli anni ’70 e ’80: Dirty Mary Crazy Larry, tanto per dirne uno. E anche uno degli horror a cui sono più affezionata, American Gothic.
Il figlioletto gira un paio di corti, più un documentario sul mondo del Backyard Wrestling e l’anno scorso ha finalmente la possibilità di dirigere questo film, con budget molto risicato, che si sta facendo il solito giro di festival specializzati, vincendo anche qualche premio e che non ho idea di dove sia destinato ad approdare, se in qualche sala o direttamente in home video.  Continua a leggere