Kolchak, reporter investigativo

kolchak-the-night-stalkerMezzo televisivo e horror non hanno mai avuto un rapporto idilliaco. Se, agli inizi della sua storia, la tv si resse anche sulla trasmissione dei classici Universal, presentati da anfitrioni vestiti come vampiri e mostri vari, non è quasi mai stata in grado di produrre qualcosa di originale che potesse competere, anche alla lontana, con gli orrori cinematografici. Sì, la censura e i vari codici pesavano anche sulle opere pensate per il grande schermo. Ma i limiti, quando si passava al piccolo, erano molto spesso insormontabili: erano limiti economici, concettuali, artistici, differenze enormi di ritmo e anche di professionalità coinvolte. Sebbene la televisione abbia, quasi da subito, soppiantato il cinema come mezzo di intrattenimento di massa più lucrativo, tra gli addetti ai lavori, la roba fatta in tv era posta qualitativamente molti gradini più in basso rispetto a quella fatta per il cinema. Non pensate a come vengono viste le varie serie televisive oggi, tempi tristi in cui ormai vige l’assurda convinzione che il piccolo schermo abbia superato il grande. Che è una cazzata, e ve lo dice una per cui molte serie sono una vera e propria droga. Ma è tuttavia innegabile il balzo in avanti inconcepibile, fino a una decina di anni fa, fatto dalla tv per qualità di regia, scrittura e investimenti produttivi.
All’inizio degli anni ’70 non era così. Figuriamoci poi per l’horror, che necessitava una libertà creativa a cui il mezzo televisivo non era abituato.
Con le dovute eccezioni, certo. C’erano The Twilight Zone e The Outer Limits, anche se entrambe appartenevano ufficialmente alla più nobile fantascienza.
E poi c’era Dark Shadows. No, non l’immonda puttanata di Burton, ma uno dei prodotti televisivi più balzani e fuori dagli schermi mai apparsi su sua maestà catodica. Il creatore di Dark Shadow era Dan Curtis. E, se non sapete di chi sto parlando, forse è meglio che, prima di entrare nel vivo dell’argomento di questo speciale, diamo una veloce rinfrescata alla memoria.

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These Final Hours

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Regia – Zak Hilditch (2013)

Ho sempre grandi difficoltà a parlare di film che mi hanno colpita da un punto di vista emotivo. Posso scrivere per ore di qualunque cosa, ma quando si tratta di spiegare un alto grado di coinvolgimento, che spesso va anche al di là dei meriti oggettivi dell’opera in questione, tendo a zoppicare. Ho soprattutto paura di perdere la lucidità, di abbandonare del tutto qualsiasi forma di spirito critico in favore di una serie di sensazioni, più o meno forti, più o meno violente, indotte dal film.
Perché è vero che la predisposizione d’animo con cui ci si siede a guardare una determinata pellicola conta tantissimo. E può succedere di restare coinvolti da prodotti mediocri, solo perché sono capitati al momento giusto. Quindi, perdonatemi in anticipo se il post uscirà fuori un po’ sbilanciato: These Final Hours è un film che mi ha ammazzato.
E sto ancora cercando di capirne il motivo. In fondo, non racconta nulla che non abbiamo già sentito. È solo l’ennesima storia della fine del mondo… Continua a leggere

Cinema degli Abissi: Amsterdamned

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Regia – Dick Maas (1988)

Abbandoniamo, una volta tanto, le profondità marine e le vastità oceaniche e andiamo a immergerci nei canali di Amsterdam, accompagnati da un regista di cui non ho mai avuto occasione di parlare, ma che mi sta molto a cuore, quel Dick Maas che terrorizzò la mia infanzia con i poster del suo secondo film, l’Ascensore, risalente al lontanissimo 1983. E forse un giorno, se supero il trauma, potrò anche scriverci qualcosa sopra.
Cinque anni dopo la sua prima incursione nel genere (il suo esordio in in lungometraggio è del 1981 e si tratta di una commedia, Rigor Mortis) Maas è un regista affermato in patria e conosciuto all’estero. Può dunque permettersi di lavorare a un progetto con un budget considerevole, mantenendo però un controllo artigianale pressocché assoluto su tutta la lavorazione. Come ne L’Ascensore, infatti, Maas scrive, produce, dirige e scrive la colonna sonora. Amsterdamned sarebbe poi passato alla storia per essere uno dei pochissimi esempi di slasher olandese, nonché uno dei migliori thriller d’azione degli anni ’80.
In che modo si leghi, un film come Amsterdamned, alla nostra rubrica, è presto detto: l’assassino è un sub, anche molto esperto, che sfrutta il sistema di canali della sua città per mietere vittime. Continua a leggere

Libri da cinema: una top 5

movies_ruining_the_bookNo, state buoni, non voglio fare la classifica delle migliori trasposizioni cinematografiche. Sarebbe una noia mortale ed è comunque stata fatta una mezza miliardata di volte, prima di me e anche meglio di quanto potrei farla io.
Solo che, in questo giorni, mi è capitato di riflettere sul rapporto parassitario ai limiti del vampirismo che da sempre ha contraddistinto cinema e letteratura. Parassitario e, nella grande maggioranza dei casi univoco, perché le novelizations dei film sono una percentuale minuscola di fronte al saccheggio che la settima arte ha compiuto sulle spalle dei libri dagli albori ai giorni nostri.
E allora mi sono chiesta: esistono ancora libri rimasti immuni alla cannibalizzazione cinematografica?
Domanda retorica. È ovvio che la risposta sia sì.
Di fronte agli adattamenti io ho sempre avuto un atteggiamento molto “laico”, nel senso che raramente mi sono messa a fare paragoni. A volte i risultati sono stati imbarazzanti, ma non tanto per la mancanza di aderenza al testo, quanto per la pochezza cinematografica del prodotto. Puoi essere fedelissimo a un romanzo, ma se il tuo film è una merda, questa fedeltà perde del tutto il suo senso. Oppure puoi tradire, anche in modo clamoroso, il testo da cui prendi spunto e tirare fuori un capolavoro.
Quindi no, nonostane riconosca che molto spesso, come si suol dire, “il libro era meglio”, conferisco una sufficiente autonomia al mezzo cinematografico, nonché la capacità di saper raccontare per immagini in modo magnifico storie precedentemente pensate per altri media.
Detto ciò: quali libri mi piacerebbe vedere trasposti sullo schermo? E a quali registi affiderei l’arduo compito? Vediamolo… Continua a leggere

Starry Eyes

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Regia – Kevin Kolsch, Dennis Widmyer (2014)

Questo 2014 in dirittura d’arrivo si sta rivelando un’annata strepitosa per quanto riguarda il cinema dell’orrore indipendente. Quasi tutti i film migliori della stagione sono esordi, o al massimo opere seconde e, tra loro, non abbiamo avuto la fortuna di vederne in sala neanche uno. E, mentre gli horror destinati alla grande distribuzione fanno acqua da tutte le parti, ecco che questi piccoli prodotti costati un’inezia (e spesso finanziati grazie a campagne di crowdfunding), stanno cominciando a dare una nuova identità e una nuova spinta vitale al genere tutto. Nel modo più semplice possibile: recuperando temi ormai topici e aggiornandoli alle ossessioni e alle problematiche attuali.
Starry Eyes è il secondo film di una coppia di registi e sceneggiatori con all’attivo un altro lungometraggio (Absence) e una manciata di corti. I due scrivono la sceneggiatura e raccolgono i fondi per la produzione tramite Kickstarter. La campagna attira un attore che abbiamo imparato a conoscere e amare, molto attivo in piccoli film di questo genere, Pat Healy.
Al resto dei soldi ci pensa la Dark Sky Films, casa di distribuzione e produzione responsabile di molti ottimi horror usciti di recente, tra cui, tanto per citare un nome a caso, The Innkeepers.
Una volta ottenuto il budget, Starry Eyes viene girato a Los Angeles in appena 18 giorni di riprese. Continua a leggere

Il Suicidio non fa Male

233062 Vi sembrerà strano, dato il blog e i suoi temi principali, ma tra i miei registi preferiti (e anzi, dire solo “preferito” è parecchio riduttivo) c’è Robert Altman. Non sto a spiegarvi i motivi, prima di tutto perché ci vorrebbe un articolo a parte e poi perché uno non dovrebbe proprio domandarseli, i motivi. Altman si ama e basta.
Non so come sia venuto fuori l’argomento, ma qualche giorno fa, nel blocco C della blogosfera, chiacchierando con Davide Mana, abbiamo appurato di condividere questo profondo rispetto, questa dedizione, per il cinema di Altman. E allora gli ho chiesto un guest post su M*A*S*H
Eccolo, tutto per voi. Buona lettura e ancora grazie a Davide per aver contribuito.
Un po’ di musica.

Come la maggior parte delle persone della mia generazione ho visto M*A*S*H, il film di Robert Altman, prima di leggere M*A*S*H, il romanzo autobiografico di Richard Hooker.
Per cui per amore della contraddizione, credo comincerò dal libro.

Richard Hooker non è mai esistito – si trattava in effetti di due persone, un giornalista sportivo, W.C. Heinz, e un medico piuttosto rispettato, H. Richard Hornberger.
Hornberger era un chirurgo all’ospedale di Waterville, nel Maine, ed aveva servito in Corea nel 8055° Mobile Army Surgical Hospital.
Sulla base delle proprie esperienze in guerra, nel 1968 Hornberger scrisse un romanzo, e chiese a Heinz di revisionarglielo.
Il romanzo si intitolava M*A*S*H: A Novel about Three Army Doctors, era ambientato fra i medici di un fittizio 4077° M*A*S*H, ed ebbe un successo notevole, scatenando al contempo un notevole scandalo. Continua a leggere

1980: The Changeling

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Regia – Peter Medak
“That house is not fit to live in. No one’s been able to live in it. It doesn’t want people.”

Avvertenza: questa recensione esce in contemporanea a quella di Erica sul suo Bollalmanacco. Correte a leggerla e buon divertimento.

Le storie di fantasmi hanno tutte una patina di malinconia e dolore. O dovrei dire, le buone storie di fantasmi, perché – e non si tratta di atteggiamento nostalgico – è molto complicato, col linguaggio cinematografico odierno, mettere in scena una buona ghost story. Il motivo è che un certo tipo di narrazione deve avere i suoi tempi e i suoi ritmi. E non può scadere nell’horror luna park a base di sbalzi di volume e apparizioni improvvise che è la cifra stilistica oggi dominante. Una buona storia di fantasmi deve approfondire e scavare, perché se rimane in superficie, non è altro se non una messa in fila di spaventi e urla.
Una buona ghost story deve avere stile, classe, eleganza. E deve essere triste. Da questo non si scappa. Pensate ai fantasmi di Del Toro, o a quelli di Amenabar, per mantenerci sul recente. Sono vicende annegate nel rimpianto di ciò che è perduto, vicende che guardano la morte in faccia, nella sua versione più invisibile e dolente. Ma che comunque non riesce a trovare pace. Il problema non è quindi solo linguistico, ma anche di contenuti, o della sovrapposizione delle due cose, come sempre accade nel cinema: un genere commerciale come l’horror ha scordato come si rappresenta il dolore. E preferisce buttarsi sul cazzeggio.
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Nightcrawler

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Regia – Dan Gilroy (2014)

Che da noi è uscito col titolo de Lo Sciacallo, in virtù della necessità, da parte del Consiglio dei Titolisti Malvagi, di dare sin da subito una connotazione moralista al tutto. Bravi come al solito e mi raccomando ragazzi, continuate così. Si poteva anche lasciare tranquillamente Nightcrawler, che è di complessa traduzione, ma rende perfettamente l’idea del personaggio principale di questo film, di cui lo sciacallaggio non è che una delle tantissime sfaccettature. Anzi, forse ne è l’aspetto più superficiale, anche se forse è quello che si individua con maggiore facilità, data la natura del suo mestiere.
Già, perché Louis Bloom (un Jake Gyllenhaal che si può definire solo col termine mostruoso) vaga di notte per le strade di Los Angeles ascoltando la radio della polizia e, quando sente di un crimine particolarmente violento, si precipita sul luogo, effettua delle riprese, e le va a rivendere alle emittenti televisive locali, sempre a caccia di storie di sangue da spacciare agli spettatori dei telegiornali del primo mattino. Continua a leggere