Porcherie del mese – Novembre

lammerdaE ci risiamo. Il mese scorso, sembra che abbiate gradito l’esperimento, un compromesso tra la mia decisione di non voler più scrivere recensioni negative e il desiderio di tenervi comunque informati su tutte le schifezze che il genere si ostina a propinarci. Questa volta parliamo di ben quattro film, di cui almeno uno è una delusione così grossa che ancora mi viene da piangere. Anche se avrei dovuto aspettarmelo. Quindi preparatevi perché stiamo per incontrare un adattamento di Poe che scandalizzerebbe persino Roger Corman, un gruppo di imbecilli armati di telecamera, un assassino con un complesso di Edipo irrisolto e persino gli alieni in combutta col governo americano. Tutti film con persino qualche ambizione. Che Dio ci aiuti. Continua a leggere

The Babadook

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Regia – Jennifer Kent (2014)

Classico: “perfetto, eccellente, tale da poter servire come modello di un genere, di un gusto, di una maniera artistica, che forma quindi una tradizione o è legato a quella che generalmente viene considerata la tradizione migliore“.
Tra i tanti significati che ha questa parola, spesso usata anche un po’ a sproposito, quello appena linkato è forse il più pericoloso da attribuire a un film. Ma c’è anche un’altra definizione che mi serve per introdurre un discorso, spero coerente, su The Babadook, ovvero classico inteso come tradizionale.
Ne abbiamo parlato di recente: l’horror sta vivendo un momento straordinario di ritorno ad atmosfere e tematiche classiche. Dopo essere rimasto per lungo tempo ancorato alla realtà, sia per tecnica stilistica che per contenuti, ha recuperato una dimensione fiabesca e soprannaturale.
The Babadook è l’opera prima della regista, sceneggiatrice e attrice australiana Jennifer Ken, costato poco più di due milioni di dollari, in parte raccolti tramite Kickstarter. È un horror soprannaturale che condivide moltissimi elementi con le fiabe, un film inserito in una tradizione ben definita, quella dei terrori infantili e degli uomini neri nascosti nell’armadio e sotto al letto.
Ed è un classico, già a pochi mesi dalla sua uscita. Nel senso che non si limita a far parte di una tradizione, ma si presenta come modello da seguire per l’horror del futuro. Prende tutto ciò che di buono è uscito da questo genere negli ultimi cinquant’anni, lo mescola, lo ingoia e lo risputa come una creazione del tutto nuova e originale. The Babadook è un miracolo, nonché il film con cui qualunque regista dovrà fare i conti negli anni a venire se vorrà mettere in scena tematiche simili. Continua a leggere

Goal of the Dead

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Regia – Benjamin Rocher – primo tempo, Thierry Poiraud – secondo tempo (2014)

Tra le tante cose che mi rendono una bruta c’è anche una certa passione per il calcio. E soprattutto per la Roma. Immaginate quindi la mia gioia quando ho saputo che il regista de La Horde, in collaborazione col collega Poiraud, avrebbe diretto questa horror comedy ambientata nel mondo del pallone. Con il bonus degli zombi a rendere più appetibile il tutto.
Rocher torna quindi a occuparsi di morti viventi e, se il suo film precedente poteva vantare ancora qualche pretesa di serietà, anche se piccina, ecco che qui ci rinuncia del tutto e preferisce buttarla in vacca sin dalle premesse, andando a prendere in giro sia la retorica tipica del film sportivo, sia quella dell’apocalisse zombi.
Almeno, questi sembrano essere i piani suoi, dei sei – dicasi sei – sceneggiatori impiegati nella stesura dello script, e del regista della seconda parte del film.
Goal of the Dead è stato distribuito in Francia in due release separate e poi riassemblato e spedito in giro per festival come film unico. Il risultato sono 140 minuti che, bisogna ammetterlo, hanno un ritmo perennemente indiavolato e non lasciano allo spettatore neanche un istante di noia. E già questo è un pregio non da poco, se si pensa anche a quanto è esile la trama.

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Maschere e Uomini Neri – Il Cinema di Wes Craven – Seconda Parte

tumblr_ltw94kYTDu1qa1iiqo4_1280_thumbCraven è sempre stato infastidito dall’idea di essere un regista di nicchia. Ma non è una presa di posizione intellettuale nei confronti dell’horror, la sua. È proprio che è un figlio di puttana egocentrico e vuole che il pubblico, tutto il pubblico, lo adori. Non solo, lui vuole anche dimostrare al mondo di essere in grado di affrontare ogni genere, dal thriller alla commedia romantica.
Ovviamente non è capace. Ma non diteglielo, altrimenti si offende, pianta il muso e inizia a elencare tutti i metaforoni disseminati nei suoi film. Che non sono “semplici” horror, ma roba seria per gente che se ne intende.
Questo ingarbugliatissimo modo di approcciarsi all’unica cosa che gli riesce bene (ovvero spaventare) è stato il motivo di tanti fallimenti. Ma è anche, se visto da una prospettiva un po’ diversa, la causa principale dei suoi successi. Diciamolo pure, dei suoi capolavori, perché ne ha realizzati, per quanto mi riguarda, almeno tre.
La serietà, spesso imbarazzante, spesso azzeccatissima, con cui Craven affronta i suoi film è la chiave della resa di quelli migliori. Ed è sicuramente la chiave di lettura di un fenomeno come Fred (non ancora Freddy) Krueger.  Continua a leggere

Maschere e Uomini Neri – Il cinema di Wes Craven – Prima Parte

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Oramai è tradizione: ad Halloween, Ilgiornodeglizombi tuttattaccato vi regala un mega articolo per agevolare le vostre maratone horror nella serata più spaventosa dell’anno. E, se la prima volta abbiamo parlato della saga di Ognissanti per eccellenza e la seconda del bamboccio di Crystal Lake, oggi vorrei dedicare lo speciale di Halloween del mio blog a un regista. Il mio crapulone preferito. L’uomo che, nonostante tutto, mi ostino ad amare, spesso disperandomi. Wes Craven.
Vedete, oggi è facile mettersi a ridere solo sentendone il nome. E magari pensando a La Musica del Cuore, a My Soul to take o a Red Eye. Però spesso si tende  a dimenticare che questo distinto signore ha cambiato la faccia del cinema horror per ben tre volte nel corso della sua carriera, realizzando dei film così importanti da segnare dei veri e propri punti nodali nella travagliata storia del nostro genere preferito. Tre film dopo i quali nulla è più stato come prima. E questa è una magia che già è tanto se riesce una volta nella vita. Craven ha invece pensato di mettere la sua firma bastarda sull’horror degli anni ’70, ’80 e ’90, badate bene, non cavalcandone le tendenze, ma creandole lui stesso. Non è roba da poco per uno considerato spesso alla stregua dell’ultimo coglione caduto per sbaglio sulla faccia della terra.
È anche vero che il buon Wes non ci ha mai aiutati tanto. La sua carriera è di quelle che a raccontarle non sembra vera, un bislacco miscuglio di fiaba, tragedia e farsa, costellato di fallimenti clamorosi, per cui uno un po’ meno arrogante si sarebbe ritirato per sempre in una baita, e successi sfolgoranti, a cui però hanno sempre fatto seguito imbarazzanti cadute.
E di lui si è detto tutto e il suo contrario: genio, imbroglione, furbetto, ingenuo. Aggiungete aggettivi a piacimento. L’unica costante nella sua storia è la contraddizione. Accompagnata da una certa paraculaggine che gli ha permesso di attraversare i decenni praticamente indenne (nonostante abbia inanellato più flop di chiunque altro), mentre i suoi colleghi coetanei sparivano dalla circolazione. Continua a leggere

Cinema degli Abissi: Sfera

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Regia – Barry Levinson (1998)

Riprendiamo una rubrica che avevo un po’ perso per strada, quella dedicata al cinema ambientato in mare, sopra e (preferibilmente) sotto la sua superficie. Il romanzo di Crichton, come ho scritto qualche giorno fa in questo post, è stato una delle fonti di ispirazione principali per la mia Murena. Parlarne, anche solo di sfuggita, mi ha fatto venire voglia di rivedere il film che Levinson ne ha tratto. E quindi, eccoci qui, pronti a spingerci a 300 metri di profondità alla scoperta di un’astronave sepolta dal corallo, dove forse si nasconde una misteriosa intelligenza aliena.
Sfera è forse l’ultimo dei grandi film di fantascienza sottomarina ad alto budget che per un certo periodo di tempo avevano invaso le sale cinematografiche. Il romanzo, che risale a una decina di anni prima del film, aveva anzi anticipato la moda di ambientare storie in habitat subacquei. E pare che sia stato a sua volta un modello per The Abyss di Cameron. Dopo Levinson, il deserto. Anche perché il film si comportò molto male al botteghino. E l’acqua aveva perso il suo fascino da qualche anno, per colpa di Waterworld. Eppure le credenziali per un grosso successo c’erano tutte: un regista di grande professionalità, un cast di stelle e il nome di uno scrittore da fantastilioni di copie vendute a sugellare il tutto.
Purtroppo il film, uscito oltretutto in un momento davvero infausto per la fantascienza, segnò la fine di un periodo meraviglioso, rappresentato dai lunghi corridoi di installazioni scientifiche (o petrolifere) sottomarine, da batiscafi e scafandri. Tempi d’oro, tramontati per sempre. Continua a leggere

1960: Occhi senza volto

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Regia – Georges Franju

“Sorridi… No. Non troppo”

Ci sono alcune annate cinematografiche che fungono da spartiacque. Momenti precisi in cui si può individuare, in maniera molto concreta, un cambiamento irreversibile. Il 1960 è uno di quegli anni. Escono infatti tre film, in tre nazioni diverse, che lasciano il segno e di cui ancora portiamo le tracce addosso. Tre film da cui si sviluppa un nuovo modo di intendere e narrare l’orrore. Si tratta di Psycho, negli Stati Uniti, Peeping Tom in Gran Bretagna e, appunto, Occhi senza volto in Francia. Dei tre, quest’ultimo è forse il meno visto e il meno citato, quando si tratta di periodizzare la storia del cinema del terrore. Eppure, la pellicola di Franju ha lasciato strascichi profondissimi nell’immaginario del fantastico e la sua eco arriva fino a opere molto recenti e apprezzate, come Martyrs, o La Pelle che abito, di Almodovar.
Insieme ai suoi due colleghi anglofoni, Occhi senza volto compiva un’operazione difficile e piena di ostacoli: spogliava l’horror di tutto l’armamentario gotico e soprannaturale, lo trascinava fuori dai castelli infestati e dalle contrade europee dove abitano i vampiri, e lo gettava nel quoditidiano. Questo non significa che da quel giorno in poi l’horror gotico abbia cessato di esistere. Vuol dire che, accanto agli spettri e alle creature del demonio, anche gli esseri umani stessi mostravano di avere tutte le potenzialità per fare paura. E che le mostruosità e le perversioni peggiori si potevano nascondere in sentimenti insospettabili come l’amore paterno, strisciare fuori dalle rispettabili case della borghesia e fermentare tra solitudine ed esclusione sociale. Continua a leggere

Cold in July

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Regia – Jim Mickle (2014)

Jim Mickle e Nick Damici sono due nostre vecchie conoscenze. Li abbiamo incontrati la prima volta col non esaltante Stake Land e la seconda col molto buono We Are What We Are. I due lavorano insieme da anni. Mickle dirige, Damici scrive e, spesso, recita. Questa è la loro quarta collaborazione ed è il primo film della coppia a non affrontare tematiche strettamente horror.
Si tratta infatti della trasposizione dell’omonimo romanzo di Joe R. Lansdale, uno scrittore che dal cinema ancora non è stato saccheggiato più di tanto e, quando è capitato che si portasse sullo schermo un suo romanzo o racconto, è stato sempre così fortunato da incappare in autori vicini alla sua sensibilità. Don Coscarelli su tutti, che dalla sua opera ha tirato fuori un lungometraggio, Bubba Ho Tep, e un mediometraggio tra i più riusciti della serie Masters of Horror, Incident on and off a Mountain Road.
Anche con Mickle e Damici gli è andata piuttosto bene. Il che rappresenta un’ottima notizia per tutti gli amanti dello scrittore, dato che i due sono a lavoro su una serie televisiva basata sulle avventure di Hap e Leonard. Questo Cold in July sembra quasi una prova generale per approcciarsi alla materia.
Prendono un romanzo minore nella sterminata produzione di Lansdale, ma abbastanza emblematico per quanto riguarda le tematiche e i personaggi, mantengono una forte aderenza alla pagina scritta, forse semplificando un po’ troppo le motivazioni profonde del protagonista e perdendo per strada qualche sfumatura, ma nel complesso confezionano un ottimo noir. Continua a leggere