In The Flesh

261218_10151406742425787_1794730467_n   Regia – Jonny Campbell (tre episodi – 2013)

Si parlava poco tempo fa di quel fallimento epocale di The Walking Dead e si accennava, nello stesso post, a come altri avessero fatto molto meglio con le stesse tematiche. E non è perché io sono anglofila oltranzista che ritengo una miniserie come In The Flesh un qualcosa che nessun amante degli zombie (ma allarghiamoci, delle belle storie ben raccontate) dovrebbe fare il tremendo orrore di perdersi. In The Flesh è un prodotto imprescindibile perché parla di zombie, per una volta tanto, da una prospettiva originale e fa quello che moltissimi altri hanno provato a fare senza successo: umanizzarne la figura senza per questo risultare stucchevole o trasformare il povero morto vivente in una macchietta da paranormal romance. Continua a leggere

The Walking Dead – Terza Stagione

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E anche per questa stagione abbiamo avuto la nostra dose di chiacchiere con qualche zombie intorno. Sedici episodi, di cui almeno dodici del tutto inutili e ininfluenti e nel mezzo un paio di puntate in cui per qualche secondo gli sceneggiatori ci hanno illuso che sapessero cosa stavano facendo. Per poi smentirsi immancabilmente la settimana successiva, in una specie di corsa a rotta di collo verso il suicidio narrativo.
Ma tant’è, The Walking Dead ha i suoi estimatori, anzi, ha il suo fandom che la ritiene una serie intoccabile. Perché? Perché ha portato lizzzombi in tivvù, cosa già fatta molto meglio solo qualche anno prima, cosa rifatta infinitamente meglio di recente, e sempre nella cara vecchia Inghilterra. Non proprio zombie, ma sempre tornati dalla morte, sono quelli di The Revenants e anche lì, per quanto riguarda personaggi e situazioni messe in scena, il livello è tutt’altro. Incomparabile. Quindi, caro sceriffo Rick, anche i mangiarane ti spernacchiano a tutto spiano, mentre tu sei preso a occuparti di stuff and things.
Ma entriamo nei dettagli. Sigla. Continua a leggere

Guest Post con gli Zombi

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Il Capitano Hell, lo sapete, analizza uno per uno tutti gli episodi di The Walking Dead. Lo fa con una costanza e uno stacanovismo che gli invidio. Anche perché questo significa riuscire a seguire la serie televisiva sui sopravvissuti più mattacchioni d’America tenendo addirittura gli occhi aperti durante i dialoghi. Ma lui è un cavaliere che cavalca verso l’alba (che il tramonto è abusato) senza macchia e senza paura e un’impresa del genere la affronta con cipiglio fiero.  Continua a leggere

American Horror Story – Asylum

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Never let a man tell you who you are, and never let him make you feel like you are less than he is

E così, anche la seconda stagione di American Horror Story è giunta al termine. Tutte le linee narrative sono state chiuse nell’ultimo episodio andato in onda l’altro ieri e si aspetta con una certa ansia la prossima serie, prevista per ottobre. Si era parlato, qualche tempo fa, della prima stagione, partita molto bene e proseguita in maniera un po’ troppo confusa e sfilacciata. Soprattutto, l’impressione era che  ai due autori, Murphy e Falchuk fosse mancato il coraggio di spingersi fino in fondo, seminando molte promesse e non mantenendole. La natura del mezzo televisivo è tale da rendere molto complesso portare l’horror su piccolo schermo. Per quanto si voglia osare, arriva il momento in cui bisogna mettere il piede sul freno e non spingersi oltre un certo limite. E l’horror in tv ha sempre sofferto di queste strettoie. La stessa cosa è capitata alla prima stagione di American Horror Story.  Continua a leggere

Storia di un Fallimento – The Walking Dead

E anche la seconda stagione di TWD è giunta al termine. Ma tranquilli, la terza è già stata confermata. Non solo 13 episodi, addirittura 16, per non farsi mancare niente. Insomma, questi crescono in maniera esponenziale, pare quasi che abbiano fatto un così bel lavoro che ogni anno gli aumentano il numero di episodi. E la ragione è molto semplice: The Walking Dead è una soap opera con qualche zombi intorno che pare capitato lì per caso, con l’ aria sbigottita di uno che si è ritrovato alla festa sbagliata. Il povero zombi imbarazzatissimo fa un paio di versi, tira qualche mozzico per far vedere che si guadagna la pagnotta anche lui e poi sparisce, a pascolare nel bosco. A meno che la sua presenza non serva agli sceneggiatori per farli uscire da uno dei buchi pucciosi in cui sono precipitati a forza di dialoghi ai limiti dell’ umana demenza.

Quindi uno non si deve stupire se la serie ha un grandissimo successo, ché se fosse una serie dell’ orrore, avrebbe chiuso i battenti dopo le prime tre puntate della prima stagione. E in un certo senso lo ha fatto, perché ciò a cui abbiamo assistito è tutto tranne che The Walking Dead.  Il fumetto da cui il pasticcio televisivo appena concluso trae ispirazione è un’ epopea di violenza e cinismo che si gonfiano fino al disgusto per l’ umanità tutta, di numero in numero, diventano nauseanti, ti soffocano. Il fumetto è un’ esperienza dolorosa e cattiva, in cui non ha scampo nessuno.  Adesso, io non pretendo nessuna aderenza al testo, non pretendo neanche che un prodotto per la tv rispecchi le atrocità che Kirkman e soci hanno messo su carta. Però non posso concepire che per vedere un tizio sbranato dagli zombi si debba aspettare il terzo episodio della seconda stagione. In una serie che si chiama The Walking Dead.

E non è un problema di splatter, o del fatto che io voglio frattaglie e sbudellamenti e non mi interessa del resto. Sapete tutti che non è così. E’ che si parla di zombi, per la miseria, gli zombi. Sono dei cadaveri putrefatti che camminano e che vogliono solo farti a pezzi per mangiarti.  In TWD la minaccia dei morti viventi non si avverte mai. Si chiacchiera per 40 minuti di amenità varie, viene posto un dilemma esistenziale neanche fossero puntate a tesi, dilemma di solito risolto in modo molto schematico, privo di approfondimento, ma con la pretesa del fedele spaccato d’ umanità perduta sull’ orlo del collasso, e alla fine si inserisce un colpo di scena per guidare il pubblico all’ episodio successivo, dove non cambia nulla. Si ricomincia a chiacchierare per altri 40 minuti, su un altro dilemma esistenziale, che comunque viene risolto sempre alla stessa maniera, dando la colpa all’ outsider del gruppo, che è cattivo per definizione e deve essere odiato, perché mette in discussione l’ identità sociale dei sopravvissuti.

Da qui in poi sono presenti spoiler

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Six Feet Under

I never felt like it’s a show about DEATH. I’ve always felt like it’s a show about LIFE in the presence of death

Alan Ball

Quasi tutti sono simpatici, Scout, quando finalmente si riesce a capirli”

                                                          Harper Lee

Un po’ di musica per iniziare. Il post che segue è solo per me, trattando di un argomento vecchio, non inerente al genere di cui mi occupo, e che interessa a pochi. Diciamo che mi faccio anche io un piccolo regalo di natale. Six Feet Under, la serie televisiva nata nel 2001 dal genio di Alan Ball, ha segnato in profondità la mia vita, come solo le grandi opere sono in grado di fare. Vista, in colpevole ritardo, per la prima volta nel 2009, mi lasciò storpia in un angolo  a cercare di capire cosa mi fosse appena passato sopra per giorni. Non paga di ciò, grazie a un’ amica che non la conosceva, mi sono sottoposta per la seconda volta al calvario, rivedendola da capo. Ho cominciato questa estate, e ho finito l’ altro ieri. E anche adesso sono storpia e rintanata in un angolo. Solo che forse ho capito cosa mi è appena passato sopra. Continua a leggere

And All Through the House

Oggi viaggiamo nel tempo e nello spazio, dall’ Inghilterra del 1972, agli Stati Uniti del 1989, passando attraverso gli anni ’50 e i fumetti dell’ orrore che hanno segnato la cultura popolare americana, facendo da scuola di mostri a varie generazioni di registi che poi sarebbero diventati famosi  proprio raccontando quelle storie che li avevano intrattenuti e spaventati da bambini. Continua a leggere

Bag of Bones

Regia – Mick Garris (2011)

Mick Garris non è un regista, lui è un trasformatore (nell’ accezione suggerita da questa foto) di opere kinghiane in prodotti televisivi. Il metodo che adotta è una fedeltà pedissequa fino all’ autolesionismo (vedasi la  mano di Dio ne L’ ombra dello scorpione), perché King lo tiene rinchiuso nel solaio della villa coi pipistrelli sul cancello, gli tira qualche osso di bistecca quando fa i barbecue con gli amici e, quando si indigna perché Kubrick non ha messo le siepi animate nel suo Shining, lo chiama e Garris, obbediente, fa la miniserie con le siepi animate. Guai a sgarrare, aderenza assoluta allo svolgersi dei fatti, così come il Re (nudo) li ha scritti e, mi raccomando, che sulla locandina spicchi il nome di King, più grosso del titolo e del regista (che infatti è un trasformatore). Continua a leggere