Maschere e Uomini Neri – Il cinema di Wes Craven – Prima Parte

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Oramai è tradizione: ad Halloween, Ilgiornodeglizombi tuttattaccato vi regala un mega articolo per agevolare le vostre maratone horror nella serata più spaventosa dell’anno. E, se la prima volta abbiamo parlato della saga di Ognissanti per eccellenza e la seconda del bamboccio di Crystal Lake, oggi vorrei dedicare lo speciale di Halloween del mio blog a un regista. Il mio crapulone preferito. L’uomo che, nonostante tutto, mi ostino ad amare, spesso disperandomi. Wes Craven.
Vedete, oggi è facile mettersi a ridere solo sentendone il nome. E magari pensando a La Musica del Cuore, a My Soul to take o a Red Eye. Però spesso si tende  a dimenticare che questo distinto signore ha cambiato la faccia del cinema horror per ben tre volte nel corso della sua carriera, realizzando dei film così importanti da segnare dei veri e propri punti nodali nella travagliata storia del nostro genere preferito. Tre film dopo i quali nulla è più stato come prima. E questa è una magia che già è tanto se riesce una volta nella vita. Craven ha invece pensato di mettere la sua firma bastarda sull’horror degli anni ’70, ’80 e ’90, badate bene, non cavalcandone le tendenze, ma creandole lui stesso. Non è roba da poco per uno considerato spesso alla stregua dell’ultimo coglione caduto per sbaglio sulla faccia della terra.
È anche vero che il buon Wes non ci ha mai aiutati tanto. La sua carriera è di quelle che a raccontarle non sembra vera, un bislacco miscuglio di fiaba, tragedia e farsa, costellato di fallimenti clamorosi, per cui uno un po’ meno arrogante si sarebbe ritirato per sempre in una baita, e successi sfolgoranti, a cui però hanno sempre fatto seguito imbarazzanti cadute.
E di lui si è detto tutto e il suo contrario: genio, imbroglione, furbetto, ingenuo. Aggiungete aggettivi a piacimento. L’unica costante nella sua storia è la contraddizione. Accompagnata da una certa paraculaggine che gli ha permesso di attraversare i decenni praticamente indenne (nonostante abbia inanellato più flop di chiunque altro), mentre i suoi colleghi coetanei sparivano dalla circolazione. Continua a leggere

Gli incubi di Nicholas McCarthy

cwwbsvhv54pÈ passato qualche giorno da quando sono riuscita a vedere At the devil’s door, opera seconda di un regista, nonché sceneggiatore e musicista, capace come pochi altri di instaurare un discorso personale e tutta una serie di problematiche moderne su degli spunti radicati nella più classica tradizione del cinema dell’orrore: la storia di fantasmi per il suo esordio, The Pact, e la possessione demoniaca per il suo film successivo.
È interessante come, negli ultimi anni, ci sia stato (forse per reazione anche comprensibile all’ondata di torture porn del decennio scorso) un ritorno a un cinema molto più tradizionale e quasi sempre di stampo soprannaturale. Dopo la recente abbuffata di frattaglie, registi e produttori hanno sentito il bisogno di riprendere a raccontare fiabe del terrore. Nel cinema mainstream, questa tendenza è stata molto spesso fonte di una normalizzazione forzata di un genere che ha invece tutte le caratteristiche per colpire duro, anche se non si occupa soltanto di maniaci torturatori con complicati marchingegni. L’onda l’hanno subito cavalcata, avendo capito l’antifona, James Wan e Oren Peli.
Ma, in ambito indipendente, che è poi dove le idee germogliano più spesso, c’era già Ti West che nel 2009 scriveva e dirigeva un film estremamente classico con satanasso protagonista assoluto. E, non pago di ciò, eccolo nel 2011 a cimentarsi con una magione infestata. Poi, vabbè, Ti West lo abbiamo perso, credo per sempre, ma non è questo il punto.
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Speciale Filmacci: Steve Miner

 

3002335535_1_13_yyqw2aNCNon so voi, ma io, quando sento la definizione “onesto mestierante”, metto mano al set di atomiche portatili che tengo in borsetta. Non perché non mi piaccia le definizione in sé, anzi. Trovo molto bello saper fare il proprio mestiere in maniera onesta e possibilmente farlo bene. Ciò che non sopporto è il sussiego con cui viene pronunciato il termine “mestierante”, che pare quasi un insulto, come se essere niente di più che un onesto mestierante fosse cosa di cui vergognarsi. E poi, sì, di solito viene aggiunto quel “niente più di”, con annessa alzata di spalle e sorrisetto accondiscendente. Da sberla immediata, dritta sulla faccia, di diritto e di rovescio.

È fatto assodato, oltre che verità inconfutabile, che la cosiddetta età dell’oro del cinema horror, ovvero quel periodo che va dalla fine degli anni ’70 ai primissimi anni ’90 era letteralmente impestata da onesti mestieranti. Sì, certo, i grossi nomi, quelli che potrebbero anche essere definiti autori, la facevano da padrone. Ma non di solo Carpenter vive l’uomo. E per ogni Raimi che inventava roba pazzesca con la sua macchina da presa, c’erano venti Lewis Teague, Tom Holland e, per l’appunto, il nostro eroe del giorno, Steve Miner.  Continua a leggere

Fiori nell’Attico

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Nel 1979, la scrittrice americana V. C. Andrews pubblica un romanzo destinato a diventare un best seller di proporzioni titaniche. È il primo di una serie di cinque, dedicata alla famiglia Dollanganger. Il libro ha avuto due riduzioni cinematografiche. La prima, del 1987, la doveva dirigere nientemeno che Wes Craven. Solo che poi, per una serie di divergenze creative con la produzione, non se ne fece più nulla, e la regia passò allo sceneggiatore Jeffrey Bloom.
La seconda, che in realtà non è riduzione cinematografica, ma televisiva, risale proprio a quest’anno, e può vantare un grande cast (Heather Graham, Ellen Burstyn) e una fedeltà quasi pedissequa al testo.
Tranne un piccolo particolare. Ma ci torneremo.
Per il momento, se non avete trasecolato come me all’idea di Flowers in the Attic su un canale televisivo, in versione integrale e fedelissimo al romanzo, allora è il caso che vi rinfreschi la memoria su ciò di cui stiamo parlando.  Continua a leggere

The Presence of God: William Peter Blatty regista

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In order for life to have appeared spontaneously on earth, there first had to be hundreds of millions of protein molecules of the ninth configuration. But given the size of the planet Earth, do you know how long it would have taken for just one of these protein molecules to appear entirely by chance? Roughly ten to the two hundred and forty-third power billions of years. And I find that far, far more fantastic than simply believing in God

 

Ne parlavo un po’ di tempo fa col dottor Mana che, tra le altre cose, è anche uno degli autori di questa raccolta di saggi su Blatty scrittore. E, se vi interessa uno degli autori più importanti dell’ultima quarantina d’anni o giù di lì, il mio consiglio è di darci un’occhiata. Però Blatty, oltre ad aver scritto ottimi romanzi, è anche un vecchio cinematografaro. Sceneggiatore, prima di tutto. Ha iniziato a scrivere con Blake Edwards, firmando il copione de Uno Sparo nel Buio e continuando poi la collaborazione col regista per diverse commedie. Nel ’71 lavora, non accreditato, alla sceneggiatura di The Omega Man, che segna la sua prima incursione nel territorio del cinema fanta-horror.

American Exorcist: Critical Essays on William ...

American Exorcist: Critical Essays on William Peter Blatty (Photo credit: Wikipedia)

Due anni dopo, ecco che precipita sul mondo L’Esorcista. Non sto qui a dirvi il ruolo fondamentale che romanzo e film hanno avuto nella storia del cinema tutto. Non solo dell’orrore. Lo sapete da soli e se non lo sapete avete sbagliato blog.
Blatty, oltre a essere l’autore dello script, è anche il produttore della pellicola. Il successo interplanetario de L’Esorcista potrebbe far pensare che da quel momento in poi la carriera cinematografica di Blatty sia stata tutta in discesa. E invece no.
Blatty, da allora, ha all’attivo solo due film da regista e sceneggiatore. Dopodiché il suo nome, per quanto riguarda il grande schermo, si perde. Eppure, le sole due opere che hanno visto Blatty dietro la macchina da presa sono eccezionali, proprio per una concezione di cinema così diversa e distante da quella odierna, così aliena rispetto al semplice intrattenimento, così pregna di significati, concetti e riflessioni, che è davvero un peccato aver dimenticato un regista di questo tipo. Anche perché il buon Blatty ha sempre dimostrato di fregarsene altamente di ciò che voleva il pubblico. E la storia del suo esordio sta lì a dimostrarlo. Continua a leggere

L’Assassino del Lago di Cristallo – Parte II

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Mi sono persa Halloween. Avrei tanto voluto pubblicare questo post ieri. Ma è stata una giornata di quelle che non raccomanderei neanche al mio peggior nemico e quindi ho dovuto rimandare.
Pochi giorni fa, da queste parti, si parlava di maratone horror. Io ne ho fatta una molto particolare e molto intensa: ho visto tutta la serie di film di Venerdì 13 uno dietro l’altro, senza pause. E sono anche andata un po’ in confusione. A un certo punto non sapevo più dove Jason ammazzava chi, perché davvero, lo spettacolo è tra i più ripetitivi mai realizzati. Anche se, devo ammetterlo, a parte alcune cose pietose fatte giusto per spremere la povera creatura fino all’osso, piuttosto piacevole.
L’altro ieri eravamo rimasti ai produttori che, subito dopo l’uscita di Friday the 13th, capiscono di aver trovato la gallina dalle uova d’oro e decidono di far girare all’istante un seguito. Il copione, in sede di lavorazione, era intitolato semplicemente “Jason”.
Solo che nel primo film Jason non c’è.
O meglio, c’è ma è un cadavere sin dai primi minuti di pellicola. Come se non bastasse, l’assassino, Pamela Voorhees, è irrevocabilmente morta. Decapitazione in slow motion. Difficile riportarla in vita.
All’inizio si pensò di rendere Venerdì 13 una serie di horror che non contenessero alcun riferimento al capostipite. Ma poi divenne chiaro che andava resuscitato in qualche modo Jason.
E così, si torna a Crystal Lake, per Friday the 13th Par II, uscito in italia col sottotitolo “L’assassino ti siede accanto”. E non chiedetemi perché.  Continua a leggere

L’assassino del Lago di Cristallo – Parte I

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Ci siamo. Halloween è alle porte e, se l’anno scorso ho dedicato la giornata al boogeyman della Notte d’Ognissanti per eccellenza, Michael Myers, questa volta vorrei conoscere meglio colui che, piaccia o no, è il simbolo vero e proprio dell’horror anni ’80, il re incontrastato dello slasher, lo sterminatore di giovani gaudenti, il cocco di mamma che ha attraversato a colpi di machete una trentina di anni di storia del cinema. E che sembra essere ancora in forma, anche se acciaccato e un po’ provato dal tempo che passa.
Tanto più che è uscito da poco, non qui da noi, mai sia, il dvd del nuovo documentario dei realizzatori di Never Sleep Again: The Elm Street Legacy, dedicato appunto a Jason.
Crystal Lake Memories: The Complete History of Friday the 13th, sarà recensito a breve proprio qui. Son sette ore e passa di interviste e retroscena. Considerate questo speciale un antipasto.

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Sadici moralisti in libertà

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Vi tocca una serie di post impegnativi in questi giorni. Che volete farci, gira così. Prima o poi mi tornerà la voglia di cazzeggiare. Avevo detto che nel corso dell’estate mi sarei occupata di saghe horror. E adesso che agosto è agli sgoccioli, affronto l’ultima (in ordine di tempo) franchise di grande successo commerciale partorita da mamma Hollywood.
Sì, mi rendo conto di arrivare fuori tempo massimo, che l’argomento è vecchio e superato, però credo sia importante porsi un paio di domande sul genere quando esce dalla nicchia di appassionati e si rivolge a un pubblico più ampio e variegato. Quando, insomma, sfonda il muro che rende noi appassionati dei malati sanguinari e diventa invece socialmente accettabile.
“Non mi piacciono i film dell’orrore, ma ho visto tutti i Saw”.
Quante volte avete sentito questa affermazione? Io almeno una mezza milionata.
Sarebbe interessante chiedersi cosa succede esattamente quando un prodotto passa da essere appannaggio di una ristretta cerchia di persone a fenomeno di massa.
Ci sono tanti motivi per cui una cosa del genere può verificarsi: la qualità superiore dell’opera è uno di questi. Ed è il caso di grandissime pellicole, di solito di qualche decennio fa come, esempio eclatante e banale, ma sempre valido, L’Esorcista.
Oppure, a prescindere dall’effettivo valore artistico del film in questione, il successo planetario può dipendere dalla furbizia dei produttori nel creare un marchio seriale vincente. E penso alle saghe storiche. Tutti, anche chi non è un maniaco di horror, hanno visto, almeno una volta nella vita, un episodio di Venerdì XIII.
Il caso Saw però è molto diverso, ed è specifico, direi quasi unico. Saw è un prodotto mediocre sin dal primo film, un thriller come se ne vedevano tanti, con una struttura a incastro piuttosto risaputa e una morale di fondo ambigua. La qualità, andando avanti nei vari seguiti è peggiorata in maniera esponenziale e la morale ambigua si è fatta sempre più chiara e, soprattutto, schematica.  Continua a leggere