Cold in July

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Regia – Jim Mickle (2014)

Jim Mickle e Nick Damici sono due nostre vecchie conoscenze. Li abbiamo incontrati la prima volta col non esaltante Stake Land e la seconda col molto buono We Are What We Are. I due lavorano insieme da anni. Mickle dirige, Damici scrive e, spesso, recita. Questa è la loro quarta collaborazione ed è il primo film della coppia a non affrontare tematiche strettamente horror.
Si tratta infatti della trasposizione dell’omonimo romanzo di Joe R. Lansdale, uno scrittore che dal cinema ancora non è stato saccheggiato più di tanto e, quando è capitato che si portasse sullo schermo un suo romanzo o racconto, è stato sempre così fortunato da incappare in autori vicini alla sua sensibilità. Don Coscarelli su tutti, che dalla sua opera ha tirato fuori un lungometraggio, Bubba Ho Tep, e un mediometraggio tra i più riusciti della serie Masters of Horror, Incident on and off a Mountain Road.
Anche con Mickle e Damici gli è andata piuttosto bene. Il che rappresenta un’ottima notizia per tutti gli amanti dello scrittore, dato che i due sono a lavoro su una serie televisiva basata sulle avventure di Hap e Leonard. Questo Cold in July sembra quasi una prova generale per approcciarsi alla materia.
Prendono un romanzo minore nella sterminata produzione di Lansdale, ma abbastanza emblematico per quanto riguarda le tematiche e i personaggi, mantengono una forte aderenza alla pagina scritta, forse semplificando un po’ troppo le motivazioni profonde del protagonista e perdendo per strada qualche sfumatura, ma nel complesso confezionano un ottimo noir. Continua a leggere

The ABCs of Death 2

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Registi Vari – 2014

È passato più di un anno dall’uscita della prima creatura dei due produttori Ant Timpson e Tim League. Qui se ne parlò in maniera piuttosto entusiastica, nonostante ci fosse qualche riempitivo di troppo. Ma è molto difficile, con 26 rapidissimi cortometraggi, mantenere lo stesso livello qualitativo, e soprattutto, incontrare i gusti di tutti quanti. A operazioni del genere, penso sia necessario avvicinarsi mettendo in conto di incontrare per forza qualche segmento che farà storcere il naso. Per esempio, io non apprezzo particolarmente quando ci si sbilancia troppo verso il weird, ma è un limite tutto mio. So comunque riconoscere quando la fattura è pregevole e applaudire, anche se non è del tutto nelle mie corde.
Per questa seconda antologia, mentre la prima era molto sbilanciata in direzione splatter, abbiamo comunque la fortuna di assistere a una maggiore diversificazione, sia di stili che di narrazioni. Ce n’è davvero per tutti i gusti, il che mi fa molto piacere. E la qualità è decisamente superiore a quella del primo capitolo, già, a mio parere, molto buono.

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Gli incubi di Nicholas McCarthy

cwwbsvhv54pÈ passato qualche giorno da quando sono riuscita a vedere At the devil’s door, opera seconda di un regista, nonché sceneggiatore e musicista, capace come pochi altri di instaurare un discorso personale e tutta una serie di problematiche moderne su degli spunti radicati nella più classica tradizione del cinema dell’orrore: la storia di fantasmi per il suo esordio, The Pact, e la possessione demoniaca per il suo film successivo.
È interessante come, negli ultimi anni, ci sia stato (forse per reazione anche comprensibile all’ondata di torture porn del decennio scorso) un ritorno a un cinema molto più tradizionale e quasi sempre di stampo soprannaturale. Dopo la recente abbuffata di frattaglie, registi e produttori hanno sentito il bisogno di riprendere a raccontare fiabe del terrore. Nel cinema mainstream, questa tendenza è stata molto spesso fonte di una normalizzazione forzata di un genere che ha invece tutte le caratteristiche per colpire duro, anche se non si occupa soltanto di maniaci torturatori con complicati marchingegni. L’onda l’hanno subito cavalcata, avendo capito l’antifona, James Wan e Oren Peli.
Ma, in ambito indipendente, che è poi dove le idee germogliano più spesso, c’era già Ti West che nel 2009 scriveva e dirigeva un film estremamente classico con satanasso protagonista assoluto. E, non pago di ciò, eccolo nel 2011 a cimentarsi con una magione infestata. Poi, vabbè, Ti West lo abbiamo perso, credo per sempre, ma non è questo il punto.
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Tris di porcherie

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Avevo promesso, più e più volte, di non parlare di roba brutta, di evitare il più possibile le stroncature e cercare di rendere questo blog un posticino dedicato quasi esclusivamente a consigliare i film, piuttosto che a demolirli. Eppure, alcuni amici mi hanno chiesto un parere su alcune pellicole visionate di recente. E allora ho deciso che d’ora in poi, se stroncature dovranno essere, saranno cumulative. Certi film non si meritano neanche un post tutto per loro, soprattutto se sono prodotti usciti con gran clamore nelle sale e che più o meno tutti hanno visto o hanno intenzione di vedere. Copiand…ehm… ispirandomi all’idea del Sommobuta, che col suo Raggio B(l)utico consiglia mensilmente un gruppo di film degni di nota, io farò l’esatto contrario e, una volta al mese, vi terrò lontani dalle ciofeche. Pronti? Eccovi il tris di schifezze in ordine di visione. Continua a leggere

Honeymoon

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Regia – Leigh Janiak (2014)

CONTIENE SPOILER

La cosa più bella dell’avere un blog gestito alla come capita è quella di passare con disinvoltura dai blockbuster ai film indipendenti a micro budget. In questo caso, ci occupiamo di un esordio dietro la macchina da presa. Dopo una carriera da assistente di produzione per film come Mirror Mirror ed Europa Report, Janiak scrive e dirige un classico ibrido di horror e fantascienza, una storia non di certo originale (ma a me dell’originalità frega molto poco), ben inserita nel solco della tradizione inaugurata da Don Siegel nel 1956 e, su carta, da Jack Finney prima di lui.
Eppure, se non c’è nulla di nuovo nell’idea di base di Honeymoon, Janiak riesce comunque a narrare una vicenda che abbiamo già sentito mille volte in maniera personale, senza creare una fotocopia o, ancora peggio, un prodotto che fa della citazione e dell’ammiccamento il suo unico punto di forza.
Janiak mette così in scena, con soli quattro attori, di cui due appaiono per pochi minuti, un paio di location ed effetti speciali quasi nulli, un dramma sulla paranoia e sulla perdita di identità. E lo fa in modo magnifico.  Continua a leggere

This Last Lonely Place

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Regia – Steve Anderson (2014)

Il post che state per leggere è stato scritto da Davide Mana. Con lui parliamo spesso del noir e ho sempre voluto approfondire il discorso anche su questo blog. Ma Davide conosce il genere molto meglio di me, e ne parla con grandissima cognizione di causa. Il film che ci presenta oggi è un esperimento un po’ particolare. Vi spiega tutto Davide nel post.
Io mi limito a lasciarvi il link della campagna su Indiegogo per dare una distribuzione in sala al film.
Buona lettura.

Sam sta per andarsene.
Un tassista che tira a campare sul turno di notte a Los Angeles, Sam ha un biglietto per le Hawaii, dove vive la sua ex moglie, e questa è la sua ultima notte di lavoro.
Frank ha un problema.
Operatore finanziario, muoveva milioni tra Oriente e Occidente, poi è diventato avido – fondi neri, conti svizzeri. Ma ora il banco è saltato, la bolla sta per scoppiare e Frank aspetta una telefonata, l’ultima prima di tagliare la corda con una borsata di soldi. Mentre aspetta, decide di farsi un lungo giro in taxi… Continua a leggere

Lucy

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Regia – Luc Besson (2014)

Il signor Besson e io abbiamo un paio di conticini in sospeso. Ci fu un tempo un grande amore, seguito da una delusione altrettanto grande e profonda. Un suo film è tra quei dieci che non smetterei mai di rivedere. E no, non si tratta di Leon, ma di Le Grand Bleu, girato addirittura prima che Nikita lo rendesse un autore action di fama mondiale. Poi però sono successe tante brutte cose, come Giovanna d’Arco e i vari minimei. È successo anche che Besson mollasse un po’ la cabina di regia per mettersi a produrre film d’azione a budget medio e destinati a grandi incassi.
Ogni tanto tornava a dirigere, ma sempre robetta più o meno dimenticabile. Poi, in sordina e senza clamori (anche perché è difficile che un film di Besson, oggi, susciti ancora qualche clamore), eccolo tornare al cinema d’azione, sebbene contaminato con la fantascienza e con quel genere supereoistico che sembra ormai essere, da solo, garanzia di successo al botteghino. Besson non è di certo nuovo a un cinema ibrido e contaminato. Il Quinto Elemento era un’ode alla contaminazione. E alla caciara, ma quella bella, quella che ti fa amare il grande schermo e tutte le splendide follie che esso rigurgita.
Prendete un’idea del tutto campata in aria e costruiteci intorno un delirio organizzato che se ne frega, con una certa strafottenza, di qualsiasi forma di coerenza, o di logica elementare, e avrete Lucy.
E sì, lo dico con la gioia nel cuore: Besson è tornato alla grande, con un film che si mangia a colazione tutta la baracca Marvel, superandola a destra e facendole pure una fragorosa pernacchia.  Continua a leggere

Under the Skin

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Regia – Jonathan Glazer (2013)

SPOILER COME SE GRANDINASSE

Sì, lo so, sono in un ritardo mostruoso rispetto ad altri blogger e rispetto alla velocità con cui un film esce in sala e viene immediatamente dimenticato già poche settimane dopo, per essere sostituito da altri interessi, da altre discussioni, da altri prodotti su cui litigare e scannarsi.
Ma io, dopo aver visto Under the Skin, ho avuto bisogno di rifletterci bene qualche giorno. Non perché il film sia di difficile comprensione: questa è una scusa di chi non è in grado di prestare attenzione a quello che accade sullo schermo, se non è imboccato come un infante da dialoghi e didascalie. Under the Skin non è affatto un prodotto ermetico e, anzi, è piuttosto lineare nel suo sviluppo. Solo che non vi spiega i perché e i percome. E questo va anche bene. Un essere di un altro mondo non si metterebbe mai a spiegarvi cosa sta facendo, come lo sta facendo e i motivi per cui lo sta facendo.
Vivendo nell’illusione che il cinema, soprattutto quello di genere, in questo caso la fantascienza, debba essere costruito a uso e consumo di un pubblico di idioti, la strafottente sicurezza con cui Glazer si rifiuta di essere didascalico, anche solo mezza volta nel corso di tutto il film, ha fatto infuriare un po’ di gente. Di sicuro i miei vicini di poltrona, al cinema, due signori che non hanno fatto altro che berciare durante tutta la proiezione, concludendo con un bel: “Non ci ho capito un cazzo!”, urlato, sulla scena finale, perché certi pensieri vanno sempre condivisi.  Continua a leggere