Informazioni su Lucia

"Volenterosa ma poco equilibrata sorella di Saffo"

Starry Eyes

Starry_Poster27x40.indd
Regia – Kevin Kolsch, Dennis Widmyer (2014)

Questo 2014 in dirittura d’arrivo si sta rivelando un’annata strepitosa per quanto riguarda il cinema dell’orrore indipendente. Quasi tutti i film migliori della stagione sono esordi, o al massimo opere seconde e, tra loro, non abbiamo avuto la fortuna di vederne in sala neanche uno. E, mentre gli horror destinati alla grande distribuzione fanno acqua da tutte le parti, ecco che questi piccoli prodotti costati un’inezia (e spesso finanziati grazie a campagne di crowdfunding), stanno cominciando a dare una nuova identità e una nuova spinta vitale al genere tutto. Nel modo più semplice possibile: recuperando temi ormai topici e aggiornandoli alle ossessioni e alle problematiche attuali.
Starry Eyes è il secondo film di una coppia di registi e sceneggiatori con all’attivo un altro lungometraggio (Absence) e una manciata di corti. I due scrivono la sceneggiatura e raccolgono i fondi per la produzione tramite Kickstarter. La campagna attira un attore che abbiamo imparato a conoscere e amare, molto attivo in piccoli film di questo genere, Pat Healy.
Al resto dei soldi ci pensa la Dark Sky Films, casa di distribuzione e produzione responsabile di molti ottimi horror usciti di recente, tra cui, tanto per citare un nome a caso, The Innkeepers.
Una volta ottenuto il budget, Starry Eyes viene girato a Los Angeles in appena 18 giorni di riprese. Continua a leggere

Il Suicidio non fa Male

233062 Vi sembrerà strano, dato il blog e i suoi temi principali, ma tra i miei registi preferiti (e anzi, dire solo “preferito” è parecchio riduttivo) c’è Robert Altman. Non sto a spiegarvi i motivi, prima di tutto perché ci vorrebbe un articolo a parte e poi perché uno non dovrebbe proprio domandarseli, i motivi. Altman si ama e basta.
Non so come sia venuto fuori l’argomento, ma qualche giorno fa, nel blocco C della blogosfera, chiacchierando con Davide Mana, abbiamo appurato di condividere questo profondo rispetto, questa dedizione, per il cinema di Altman. E allora gli ho chiesto un guest post su M*A*S*H
Eccolo, tutto per voi. Buona lettura e ancora grazie a Davide per aver contribuito.
Un po’ di musica.

Come la maggior parte delle persone della mia generazione ho visto M*A*S*H, il film di Robert Altman, prima di leggere M*A*S*H, il romanzo autobiografico di Richard Hooker.
Per cui per amore della contraddizione, credo comincerò dal libro.

Richard Hooker non è mai esistito – si trattava in effetti di due persone, un giornalista sportivo, W.C. Heinz, e un medico piuttosto rispettato, H. Richard Hornberger.
Hornberger era un chirurgo all’ospedale di Waterville, nel Maine, ed aveva servito in Corea nel 8055° Mobile Army Surgical Hospital.
Sulla base delle proprie esperienze in guerra, nel 1968 Hornberger scrisse un romanzo, e chiese a Heinz di revisionarglielo.
Il romanzo si intitolava M*A*S*H: A Novel about Three Army Doctors, era ambientato fra i medici di un fittizio 4077° M*A*S*H, ed ebbe un successo notevole, scatenando al contempo un notevole scandalo. Continua a leggere

1980: The Changeling

The-Changeling-Movie-Poster
Regia – Peter Medak
“That house is not fit to live in. No one’s been able to live in it. It doesn’t want people.”

Avvertenza: questa recensione esce in contemporanea a quella di Erica sul suo Bollalmanacco. Correte a leggerla e buon divertimento.

Le storie di fantasmi hanno tutte una patina di malinconia e dolore. O dovrei dire, le buone storie di fantasmi, perché – e non si tratta di atteggiamento nostalgico – è molto complicato, col linguaggio cinematografico odierno, mettere in scena una buona ghost story. Il motivo è che un certo tipo di narrazione deve avere i suoi tempi e i suoi ritmi. E non può scadere nell’horror luna park a base di sbalzi di volume e apparizioni improvvise che è la cifra stilistica oggi dominante. Una buona storia di fantasmi deve approfondire e scavare, perché se rimane in superficie, non è altro se non una messa in fila di spaventi e urla.
Una buona ghost story deve avere stile, classe, eleganza. E deve essere triste. Da questo non si scappa. Pensate ai fantasmi di Del Toro, o a quelli di Amenabar, per mantenerci sul recente. Sono vicende annegate nel rimpianto di ciò che è perduto, vicende che guardano la morte in faccia, nella sua versione più invisibile e dolente. Ma che comunque non riesce a trovare pace. Il problema non è quindi solo linguistico, ma anche di contenuti, o della sovrapposizione delle due cose, come sempre accade nel cinema: un genere commerciale come l’horror ha scordato come si rappresenta il dolore. E preferisce buttarsi sul cazzeggio.
Continua a leggere

Nightcrawler

Nightcrawler-DE-Poster
Regia – Dan Gilroy (2014)

Che da noi è uscito col titolo de Lo Sciacallo, in virtù della necessità, da parte del Consiglio dei Titolisti Malvagi, di dare sin da subito una connotazione moralista al tutto. Bravi come al solito e mi raccomando ragazzi, continuate così. Si poteva anche lasciare tranquillamente Nightcrawler, che è di complessa traduzione, ma rende perfettamente l’idea del personaggio principale di questo film, di cui lo sciacallaggio non è che una delle tantissime sfaccettature. Anzi, forse ne è l’aspetto più superficiale, anche se forse è quello che si individua con maggiore facilità, data la natura del suo mestiere.
Già, perché Louis Bloom (un Jake Gyllenhaal che si può definire solo col termine mostruoso) vaga di notte per le strade di Los Angeles ascoltando la radio della polizia e, quando sente di un crimine particolarmente violento, si precipita sul luogo, effettua delle riprese, e le va a rivendere alle emittenti televisive locali, sempre a caccia di storie di sangue da spacciare agli spettatori dei telegiornali del primo mattino. Continua a leggere

Oltre il Guado

AcrossTheRiver-locandina
Regia – Lorenzo Bianchini (2013)

Quando devo parlare di horror italiano contemporaneo mi vengono i sudori freddi. E in effetti non lo faccio quasi mai. Sarò vigliacca, poco partecipativa, quello che volete voi, ma spesso non me la sento e basta. E, se lo faccio, devo essere davvero convinta della bontà del prodotto che presento qui. E devo poterne scrivere senza pensare di avere a che fare con un parente un po’ scemo ma a cui si vuole tanto bene solo perché è sangue del nostro sangue. Spiegandomi meglio, devo trattare un horror italiano alla stregua del modo in cui tratto, a parità di budget (sottolineatura all’apparenza superflua, ma è sempre meglio essere chiari) l’horror europeo e, perché no, in casi di film ai limiti della sussistenza, anche quello americano. Certo, anche in ambito indipendente, lì il sistema produttivo è talmente diverso da non lasciare molto spazio a infelici paragoni. Ma molto, troppo spesso, mi frullano in testa pericolose domande senza risposta. E la più comune è: perché mai, a parità di budget, il cinema italiano sembra sempre più povero, più sfigato, più amatoriale dei colleghi del resto d’Europa?
Domande senza risposta, appunto.
È tuttavia facilissimo cadere nel pregiudizio negativo ed evitare come la peste qualunque produzione proveniente dal nostro paese. È una cosa che faccio anche io, non tanto per gli horror che comunque si contano sulla punta delle dita, quanto per ciò che ci propinano le sale.
Ma anche il pregiudizio positivo è complesso da scardinare, perché succede spesso che basta che un film sia italiano, che gli attori siano appena meno cani della media, che la fotografia non sia quella di una telenovela brasiliana anni ’80, e tutti si lanciano a parlare di rinascita dell’italico horror.
Quindi, capirete che, non avendo in me un briciolo di campanilismo o di senso di appartenenza, questo secondo attenggiamento mi risulta ancora più odioso del primo. E di solito porta a: “in fondo non è male, per essere un film italiano”, che è forse una delle frasi più insopportabili mai inflitte alle mie povere orecchie.
Tutto questo per dire che se sono così sconsiderata da parlare su questo blog dell’ultimo lavoro di Lorenzo Bianchini, è perché ritengo che abbia poco da invidiare ad altri horror girati in Europa con budget ridotti all’osso. Continua a leggere

E per non farci mancare niente, il Bigfoot!

WillowCreekFeatIl Bigfoot è, forse, tra le varie mostruosità criptoozoloogiche e folkroristiche, la più noiosa da un punto di vista cinematografico. Il perché è presto detto: uno scimmione che saltella per i boschi è molto difficile che, sullo schermo, spaventi qualcuno. Certo, i film sul bestione non mancano, ma si tratta quasi sempre di roba scadente. Nel corso degli anni ’70, il Sasquatch era tra i mostri più amati dalla cultura popolare, soprattutto a causa del filmato del 1967 che ritrae l’essere scimmiesco mentre si fa una passeggiata tra le fratte della California del Nord, girato da  Roger Patterson e Robert Gimlin.
Da lì si scatena tutta una serie di falsi documentari, docu-drama, o film di pura exploitation dedicati al nostro peloso amico. L’ondata si esaurisce col tempo, così come l’interesse per il mostro in questione. E quando anche l’Asylum si occupa di realizzare un film sul Bigfoot (a suo modo, ovviamente), vuol dire che il povero cripto primate è arrivato alla frutta.
Eppure, a ben pensarci, il Sasquatch è una materia molto interessante per un found footage. Devono essersene accorti due registi, molto diversi tra loro, che a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, hanno realizzato il loro personale contributo alla filmografia sullo scimmione silvestre. Pare quasi che sia tornato di moda. Continua a leggere

The Town that Dreaded Sundown

TownDreadedSundown_OneSheet_OCT16_F
Regia – Alfonso Gomez-Rejon (2014)

Qualche giorno fa, parlavo con Hell di cinema “derivativo” e ci chiedevamo se il termine sia da intendere sempre in accezione negativa. Io penso di no. Altrimenti un buon 90% delle pellicole (di ogni genere) degli ultimi 30 anni sarebbero da buttare. Però spesso si tende a considerare derivativo una specie di onta da lavare col sangue (o con tonnelate di odio fumante sparso in internet). The Sun that Dreaded Sundown, splendido esordio in un lungometraggio del regista di molti episodi di American Horror Story, è un film derivativo in quasi ogni suo aspetto.
È un remake, innanzitutto e quindi discende per sua stessa natura da un’altra opera. Il film in questione, omonimo, usito nel ’76 e passato di sfuggita in Italia col titolo La Città che Aveva Paura, è uno dei protoslasher più citati e meno visti e, oltre all’inconfutabile importanza storica, non ha poi molti altri motivi per essere visto.
Questa sua versione del 2014 non ne è però un rifacimento in senso stretto, ma una sorta di meta-remake che usa come motore narrativo, nonché fondamentale elemento scenico, il suo progenitore. Insomma, derivativo al cubo.
Io ve lo dico per avvisarvi: il film è uno spettacolo per gli occhi e sarà detestato da molte persone. Perché, in maniera ovvia, voluta e consapevole, un prodotto che non ha autonomia e che vive sulle spalle di una storia già narrata in precedenza.
E tuttavia, se non ci si ferma a questo aspetto, se si scava un po’ e si presta attenzione a come viene messa in scena questa storia già raccontata. ecco che The Town that Dreaded Sundown è uno degli slasher più originali degli ultimi anni. Continua a leggere

Interstellar

Interstellar2
Regia – Christopher Nolan (2014)

Dove Nolan e il suo fratellino, ubriachi marci di Fernet, scrivono una sceneggiatura che ha la leggerezza di un ippopotamo morto e più buchi di uno scolapasta, e ce la spacciano per il capolavoro di sci-fi del millennio.
Si potrebbe davvero sintetizzare così, l’ultimo lavoro di Nolan, se non fosse che non sarebbe giusto, che la prima ora e mezza del film non si merita un giudizio del genere. Una prima ora e mezza così bella (da ogni punto di vista) da lasciare davvero senza fiato e con sette metri di pelle d’oca e brividi a profusione.
Poi accade qualcosa di molto brutto: il film svacca e precipita in una spirale di banalità assortite, pronunciate però con l’enfasi e la retorica con cui di solito ti vengono rivelate le verità universali. E l’ansia di Nolan di voler dare una risposta a tutto e di voler spiegare ogni cosa prende il sopravvento su una storia che avrebbe potuto essere davvero una delle più intense mai portate sullo schermo. Continua a leggere