Ve l’avevo promesso (minacciato forse è meglio) un po’ di tempo fa. Solo che buttare giù questo post non è stato semplice, perché non sapevo da dove cominciare per descrivere sconforto, senso di sciagura e desiderio di nuclearizzare ogni copia esistente dello scempio immondo oggetto dell’articolo. Limitarmi a una sequenza di insulti infinita non sarebbe stato giusto. Questa roba, il suo successo, gli incassi stratosferici e gli stuoli di fan adoranti necessitano spiegazioni più approfondite. E lo ripeto, non è facile. Forse è la distanza generazionale che ormai comincia a farsi sentire. Forse la colpa è tutta mia, che non riesco più a comprendere cinema e letteratura young adult e ho una concezione troppo vecchia dell’intrattenimento per ragazzi. Però, ecco, quando penso che io da bambina guardavo L’implacabile, mi sembra di scorgere un vizio di forma, un qualcosa che si è definitivamente inceppato nella macchina cinema. E non perché i film degli anni ’80 fossero meglio a prescindere. Si giravano tante cose brutte anche allora. Pessime, a volte. Ed è anche vero che io ero in grado di bermi qualsiasi filmaccio avesse come protagonista Arnold o Sly. Sarei persino in grado di spiegarvi per filo e per segno i motivi per cui Rocky IV è una figata. E, oggettivamente, Rocky IV è tutto tranne che un buon film. Leggi l’articolo completo
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Lovecraftiani di tutto il mondo, giocate!
Autore – Matteo Poropat
Prezzo – 0.99 Euro.
“Io sono uno che odia l’attuale, un nemico dello spazio e del tempo, della legge e della necessità. Bramo un mondo di misteri fastosi e giganteschi, di splendore e terrore, in cui non regni alcuna limitazione, tranne quella dell’immaginazione più sfrenata”
Dovete sapere, anche se non vi interessa, che quando si parla di H.P. mi vengono gli occhi a cuore, mi spuntano i tentacoli e comincio a emettere strani versi che suonano più o meno così: “Ph’nglui mglw’nafh Cthulhu R’lyeh wgah’nagl Cthulhu fhtagn”. Perché Lovecraft è stato il mio migliore amico per anni. Mi ha mostrato la via dei mostri giganti e degli orrori cosmici da cui non si fa più ritorno. Quantificare l’influenza che un autore come lui ha avuto sull’immaginario collettivo tutto, in ogni ambito o settore, è un’impresa quasi disperata. Ma già limitarsi semplicemente ai giochi ispirati alle sue opere, è un lavoro enorme e complicato. Eppure Matteo Poropat ha scritto un saggio breve, agile, veloce, piacevolissimo da leggere e che riesce a soddisfare ogni curiosità di voi lettori affezionati di Lovecraft, che siate accaniti giocatori o che vi siate divertiti occasionalmente ad addentrarvi a Dunwich o a Innsmouth in lunghe serate passate davanti a uno schermo o a un tavolo. Leggi l’articolo completo
1982: Basket Case
Regia – Frank Henenlotter
“They didn’t want him to live. But he fooled them. He didn’t die, he just got stronger. Oh, If you only knew what it was like. Duane and I kept hidden from everyone. We’re the both of us so messed up. I don’t know which one of us is worse… “
Pupazzoni. In stop motion. Palloni di plastica con delle mani attaccate. Lucciconi agli occhi perché, nella scena in cui Belial sfascia la stanza d’albergo, ti viene voglia di abbracciarti Basket Case e tenertelo sempre accanto sul comodino, facendogli un’affettuosa carezzina ogni tanto. E diciamo la verità: Belial ce lo saremmo adottato tutti. E non è un fatto di nostalgia nei confronti del cinema spazzatura dei tempi che furono. È una cosa diversa, è la consapevolezza di avere di fronte un film pieno di idee geniali, pieno di spunti, inventiva, pieno anche di concetti. Sì, concetti, quelle robe brutte e passate di moda che se fai tanto di azzardarti a inserirle in un prodotto dell’orrore ti ridono dietro per sei mesi.
Henelotter non è quello che si potrebbe definire un intellettuale. Basta dare una rapida occhiata alla sua filmografia da regista per rendersi conto di come sia uno che sguazza nella serie B da sempre. Con quella gioia un po’ squinternata che è tipica degli alfieri del cinema di genere basato soprattutto su una creatività esplosiva, spesso mal supportata da budget inadeguati. Ma alla mancanza di denaro si supplisce con delle sceneggiature che ancora oggi andrebbero studiate e con delle soluzioni di regia che (e non storcete il naso voi laggiù con gli occhiali che vi vedo) non esito a definire eleganti. Perché quando sei obbligato a inventarti i nomi sui titoli di coda che pare brutto mettere sempre gli stessi quattro, quando giri senza permessi in fretta e furia, quando hai a disposizione il nulla, devi per forza essere bravo. E che Henenlotter fosse bravo non è da mettere in discussione. Esiste un film come Basket Case a dimostrarlo. Leggi l’articolo completo
L’odore della polemica all’ora di pranzo
Tutto cominciò con la mia idea di scrivere una recensione di questo ibucco, pubblicato dal mio amico Hell ormai più di un anno fa. Una serie di circostanze di varia natura (di cui ho parlato in post precedenti e che non mi va di star qui a ripetere) mi hanno tenuta lontana dal blog per molto più tempo di quanto credessi. Nel frattempo sono accadute cose: tanto per cominciare, Hell ha pubblicato altri due ebook. Coordinate varie per il download le trovate qui. A questo punto, la faccenda di una semplice recensione del suo Girlfriend from Hell mi è parsa piuttosto superata e anche limitante. Solo che avevo già buttato giù qualcosa, tra uno smadonnamento a l’altro davanti all’avid, mentre combattevo con timecode e robaccia simile e mi pareva brutto sprecare il (poco) lavoro che ero riuscita a fare.
Poi è successa un’altra cosa ancora: mi hanno fatto incazzare. In una specie di stillicidio quotidiano, che sembra studiato a tavolino, pare sia iniziata una guerra contro gli autori che hanno le palle di scrivere e autoprodurre ebook da mettere in download gratuito o a prezzi bassissimi. La guerra parte sia dai cosiddetti scvittovi vevi (rigorosamente con la v al posto della r) sia dagli odoratori della carta. Entrambe sette antichissime e dedite a strambi riti in polverose biblioteche, ove sniffano la muffa che si deposita su vetuste e venerate pagine, ché la carta va temuta, lodata e soprattutto annusata. Nel mentre mi si è anche rotto l’e-reader e ne ho dovuto comprare un altro e non vi dico come sono stata quelle poche settimane in cui non ho potuto usare lo strumento del demonio. Sembravo una tossica in seria crisi di astinenza. Leggi l’articolo completo
The Divide
Regia – Xavier Gens (2011)
Gens è un regista che non mi ha mai convinto. In Italia lo abbiamo conosciuto prima con Hitman (suo esordio americano) e poi con Frontiers, anche se cronologicamente il secondo precede di meno di un anno il primo. Hitman è un film su cui è davvero impossibile dire qualcosa di buono. Non vale neanche la pena di starci a sprecare due parole sopra. Con Frontiers il discorso è un po’ diverso. Non so se qualcuno si ricorda il biennio 2007-2008, quando la Francia sembrava appena diventata la culla del cinema dell’orrore e continuavano a piovere addosso a noi attoniti spettatori opere estreme e violentissime. Roba da far impallidire e vergognare tre quarti della produzione di genere statunitense. Ecco, Frontiers faceva parte di quel mucchio selvaggio di film definiti “insostenibili”, ma era girato come un prodotto americano, con la stessa patina e con le stesse soluzioni di regia. Ralenty come se piovesse, abuso di macchina a mano, montaggio iperveloce, e chi più ne ha più ne metta. Gens, sin dalla sua prima prova dietro la macchina da presa, si era dimostrato il più vicino all’estetica americana di tutti i suoi colleghi. Non è che Frontiers sia un brutto film. È solo privo di personalità e non smentisce neanche un istante la sua natura di clone. Eppure ha un’importanza che non gli può essere negata, ché lo sforzo produttivo alla base dell’operazione fu davvero ingente per un film europeo. Leggi l’articolo completo
Alifib
Non mi ero accorta di una cosa, presa com’ero da quella storia di cui vi ho parlato qualche post fa: Ilgiornodeglizombi oggi compie un anno. Eh sì, sono già passati dodici mesi. Tecnicamente, il blog è stato aperto il primo maggio del 2011, ma il primissimo articolo è stato pubblicato il giorno successivo e quindi il vero e proprio compleanno è oggi.
Coincidenza ha voluto che io sia giunta al termine dell’accrocco che sto scrivendo proprio in concomitanza con questa data, che per me è importante, per voi non lo so, ma ci tenevo comunque a celebrarla. E quindi è una festa doppia, perché comprende anche la fine della stesura di quel coso che mi ha succhiato la vita per tutto questo tempo e che ha interferito con il blog, togliendogli energie e tempo. Dato che però il blog e il coso sono amici, Ilgiornodeglizombi non se la prende più di tanto ed è contento di festeggiare insieme a lui. Anche perché le due cose sono più legate di quanto si potrebbe pensare. Leggi l’articolo completo
1972: Non si Sevizia un Paperino
Regia – Lucio Fulci
“San Rocco è un bugiardo. Ti puoi fidare solo di San Biagio: quello non ti mente mai”
Ci serve della musica per parlare di questo film, ci serve Riz Ortolani e la sua meravigliosa colonna sonora, che accompagna le immagini con una dolce e poetica cadenza posta a contrasto della violenza inaudita che Fulci ci mostra. E ci serve una canzone di repertorio, posta a commento di una scena che è forse tra le più forti mai girate nella storia del cinema del nostro paese.
Ci serve anche un’altra cosa, ovvero la citazione di un noto cvitico che così stroncò il film ai tempi della sua uscita: “Non si sevizia un paperino rientra perfettamente nelle regole più bieche di questo genere d’imitazione: disonestà nell’impiego della “suspense”, abuso dei particolari orripilanti, sadomasochismo a piene mani, recitazione a ruota libera, disprezzo della logica”. Ecco, non voglio dirvi di chi è, cercatevelo da soli. Sappiate solo che egli ancora cvitica. Leggi l’articolo completo
Mirror Mirror
(Regia – Tarsem Singh, 2012)
Tarsem è un tipetto ambizioso, con dosi abbondanti di presunzione. Qui, lo sapete, i tipi così ci piacciono tanto e spesso ce li adottiamo. Solo che adottarsi uno come Tarsem è da pazzi furiosi e masochisti che non aspettano altro se non di essere sbeffeggiati a destra e a sinistra. Tarsem chi? Quello di The Cell, con Jennifer Lopez? Sì, lui. Quello di Immortals (mio Dio aiutami tu)? Sì, ma anche quello di The Fall che abbiamo visto forse in cinque e non sapevamo se applaudire per un talento visivo che è fuori dal comune, o dare capocciate contro i muro per come questo talento andasse sprecato nell’incapacità assoluta di condurre una storia in porto. Però Tarsem non è il Richard Kelly della situazione (un altro che mi adotterei volentieri, non fosse per come mi ha stuprato Matheson). Non è un problema di pippe mentali d’autore, il suo. Credo si tratti di più di mettere il morso a una creatività straripante, che è una specie di cavallo selvaggio a cui nessuno ha mai insegnato a camminare in linea retta. Quando si va a vedere un film di Tarsem si ha la certezza di assistere a immagini splendide. Ma così squinternate che ti chiedi chi ha avuto il coraggio di finanziare l’osceno e coloratissimo, kitsch fino al parossismo, guazzabuglio che si agita sullo schermo. Leggi l’articolo completo







