Informazioni su Lucia

"Volenterosa ma poco equilibrata sorella di Saffo"

[REC] 4 – Apocalipsis

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Regia – Jaume Balaguerò (2014)

Sono passati sette anni da quando, in Spagna, un giovane regista di genere riportò in auge il found footage e creò l’unica saga zombi europea di successo. Oltre a rivitalizzare il cinema iberico e a renderlo esportabile in tutto il mondo.
Due considerazioni: tutti i capitoli di Rec sono girati in lingua spagnola, così come gli altri film di Balaguerò, a sottolineare quanto sia idiota l’assunto secondo cui bisogna girare in inglese per smerciare una pellicola all’estero; il primo Rec, nonostante appartenga al sottogenere del filmato ritrovato, o mockumentary, o come diavolo piace chiamarlo a voi, era diretto da un regista con enormi attributi tecnici, come aveva dimostrato nelle sue opere precedenti, e avrebbe dimostrato poi in quelle successive.
Il franchise di Rec è rimasto saldamente in mano ai suoi creatori, il già citato Balaguerò e il suo amichetto Paco Plaza. Se i primi due erano co-regie, per il terzo e il quarto capitolo i due si sono spartiti equamente la torta e a Plaza è toccato occuparsi di Genesis, mentre a Balaguerò di Apocalipsis.
Il terzo film è piaciuto solo a me e a un paio di altri matti. Io lo avevo addirittura inserito tra i migliori horror del 2012. Adesso, con l’uscita dell’ultima installazione della saga, e il ritorno in cabina di regia di Balaguerò, i detrattori di Genesis non so davvero a cosa potranno appigliarsi. A meno di non voler stroncare anche questo per partito preso.
Già, perché Rec 4 – Apocalipsis non è un found footage. O meglio, strizza l’occhio al found footage e, nello stesso tempo, lo rinnega, come aveva fatto il film di Plaza. Non solo, ma abbraccia pienamente la struttura del suo predecessore, fottendosene alla grande della serietà e buttando il tutto in farsa. E lo fa maledettamente bene. Continua a leggere

1990: Jacob’s Ladder

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Regia – Adrian Lyne
You’re a lucky guy, Jake. You must have friends in high places.”

Nella mia personale classifica di titoli devastati dal consiglio italico dei titolisti malvagi, Jacob’s Ladder è al secondo posto. Sì, perché poi è stato superato qualche anno dopo dall’adattamento di titolo peggiore della storia del cinema intiero. E tuttavia, Allucinazione Perversa se ne sta lì a eterno monito di come qui da noi sia lecito insultare un’opera, compiendo la semplice operazione di trovare un titolo nella nostra lingua. Perché La Scala di Jacob pareva brutto. Che poi non avrebbero potuto fare il trailer col vocione tipico dei trailer (italici) dei primi anni ’90. Suonava molto meglio Allucinazione Perversa, no?
E quel “perversa”, era piazzato al punto giusto, proprio sotto lo strillo in locandina, atto a ricordarci che si trattava dello stesso regista responsabile di Attrazione Fatale. Accostateli insieme: Attrazione Fatale. Allucinazione Perversa. Sembrano quasi lo stesso titolo. Promessa di tette, culi e sesso, appunto, perverso, o fatale. A seconda dei gusti, insomma. Poi sarebbe arrivato addirittura Proposta Indecente, per fare terno.
Ma Jacob’s Ladder non è una creatura di Adrian Lyne. Jacob’s Ladder è il figlio prediletto di uno sceneggiatore, quel Bruce Joel Rubin famoso per Ghost, ossessionato da questa storia (che nessuno voleva produrre) sin dal 1980.

DA QUI IN POI QUALCHE SPOILER

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Il Cinema del Posto – Making of 1

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Vi avevo promesso una piccola serie di post a tema, un po’ come avevamo già fatto a settembre con la Murena. È un modo per fare promozione al mio nuovo ebook parlando però anche di altro, per non appesantirvi con troppe chiacchiere e non risultare sgradevole.
Anche questa volta, cominciamo dal cinema, ché Il Giorno degli Zombi è un blog di cinema e Il Posto delle Onde è imbevuto di ispirazioni derivate dai film. Ne è talmente pieno da aver reso impossibile la realizzazione di una semplice top 5. E allora, prendendo spunto da altri illustri colleghi, come Hell e Alessandro, ho pensato di scrivere una specie di making of dell’ebook, ma filtrato attraverso il cinema, accennando alle miriadi di titoli che vengono citati, direttamente e indirettamente, all’interno del romanzo.
Se trovate la cosa divertente, faremo anche il making of letterario e musicale.
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Porcherie del mese: Dicembre

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Ed eccoci all’appuntamento mensile che tanto amate, quello dedicato alle schifezze indegne di un post a parte, e per questo compresse in un unico articolo a base di insulti e ignominia. Oggi ci occupiamo di alcuni recuperi, film che mi erano (per fortuna) sfuggiti nel corso del 2014 e che sono riuscita a vedere solo nelle ultime settimane, causa una pausa lavorativa piuttosto lunga. Ma non solo: parleremo anche di inutili sprechi di tempo (il mio) e denaro (frega cazzi, quello è loro) abbastanza recenti, che mi sono obbligata con la forza a vedere sino in fondo solo perché vi voglio bene. E qualcuno un giorno dovrà rendermi merito di cotanto sacrifizio.
Cominciamo con i recuperi e ricordate: si tratta di materiale non adatto a un pubblico sensibile.

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Il Posto delle Onde – Ebook

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Titolo: Il Posto delle Onde
Copertina: Giordano Efrodini
Editing: Marina Belli
Beta Reader: Germano Hell Greco, Silvia, Veronica, Angelo Benuzzi
Lunghezza: Il signor Amazon dice sono 296 pagine. Il romanzo consta in realtà di circa 90.000 parole, postfazione e ringraziamenti compresi.
Prezzo: la scandalosa e invereconda cifra di 2.98 euri.
Per acquistarlo: L’ebook è disponibile su Kindle Store, in formato mobi, a questo link. Per leggerlo è necessario possedere o un kindle, o un’applicazione kindle gratuita, per tablet, pc, e smartphone di ogni tipo, scaricabile qui.
L’ebook è privo di DRM.
Sinossi: Il Posto delle Onde è una linea di confine tra terra e mare. 
Una casa sulla scogliera, un frammento disperso nel buio dell’apocalisse. 
È un rifugio. 
Una bolla di vetro piena d’acqua salata. 
Il Posto delle Onde è uno schermo protettivo contro i mostri dell’Oceano e del Deserto. 
Lì vivono due donne. 
E questa è la loro storia. 
“C’è qualcosa nell’acqua”: la leggenda vuole che tutto sia iniziato così.
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Z Nation

z-nationÈ sempre bene iniziare certi articoli con un po’ di sana autocritica. Ho sempre pensato e detto peste, corna e vituperio di ogni prodotto targato Asylum e ora mi vedo costretta a cospargemi il capo di cenere e chiedere perdono. Perché Z Nation è la vera sorpresa televisiva dell’anno e, se siete dei maniaci degli zombi come la sottoscritta, il mio consiglio è di lasciar ciarlare Rick e soci da soli, e gettarvi subito tra le braccia di questo gruppo di sopravvissuti fuori di testa.
Z Nation è una serie andata in onda sul canale SyFy e terminata venerdì scorso. Tredici episodi ambientati tre anni dopo lo scoppio di una pandemia che ha fatto resuscitare i cadaveri e li ha trasformarti in zombi cannibali. Un manipolo di supersiti ha il compito di far attraversare l’America incolume a un ex detenuto, cui è stato iniettato un vaccino sperimentale, forse in grado di mettere fine all’apocalisse.
È quindi una storia quasi tutta on the road, dove i protagonisti fanno di tutto per proteggere un figlio di puttana incallito, ancora vivo dopo essere stato morso, e condurlo sano e salvo in un laboratorio in California.
Sono personaggi ormai abituati alla situazione, personaggi per cui l’apocalisse è diventata il quotidiano. In questo modo ci evitiamo sul nascere tutte le pippe mentali relative alla presa di coscienza, tutte le riflessioni su quanto sia brutto e cattivo questo mondo zombificato, tutti i dialoghi inutili di The Walking Dead, insomma. E possiamo entrare nel vivo del’azione sin dal pilot. Continua a leggere

Kolchak, reporter investigativo

kolchak-the-night-stalkerMezzo televisivo e horror non hanno mai avuto un rapporto idilliaco. Se, agli inizi della sua storia, la tv si resse anche sulla trasmissione dei classici Universal, presentati da anfitrioni vestiti come vampiri e mostri vari, non è quasi mai stata in grado di produrre qualcosa di originale che potesse competere, anche alla lontana, con gli orrori cinematografici. Sì, la censura e i vari codici pesavano anche sulle opere pensate per il grande schermo. Ma i limiti, quando si passava al piccolo, erano molto spesso insormontabili: erano limiti economici, concettuali, artistici, differenze enormi di ritmo e anche di professionalità coinvolte. Sebbene la televisione abbia, quasi da subito, soppiantato il cinema come mezzo di intrattenimento di massa più lucrativo, tra gli addetti ai lavori, la roba fatta in tv era posta qualitativamente molti gradini più in basso rispetto a quella fatta per il cinema. Non pensate a come vengono viste le varie serie televisive oggi, tempi tristi in cui ormai vige l’assurda convinzione che il piccolo schermo abbia superato il grande. Che è una cazzata, e ve lo dice una per cui molte serie sono una vera e propria droga. Ma è tuttavia innegabile il balzo in avanti inconcepibile, fino a una decina di anni fa, fatto dalla tv per qualità di regia, scrittura e investimenti produttivi.
All’inizio degli anni ’70 non era così. Figuriamoci poi per l’horror, che necessitava una libertà creativa a cui il mezzo televisivo non era abituato.
Con le dovute eccezioni, certo. C’erano The Twilight Zone e The Outer Limits, anche se entrambe appartenevano ufficialmente alla più nobile fantascienza.
E poi c’era Dark Shadows. No, non l’immonda puttanata di Burton, ma uno dei prodotti televisivi più balzani e fuori dagli schermi mai apparsi su sua maestà catodica. Il creatore di Dark Shadow era Dan Curtis. E, se non sapete di chi sto parlando, forse è meglio che, prima di entrare nel vivo dell’argomento di questo speciale, diamo una veloce rinfrescata alla memoria.

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