Absentia

Absentia-Locandina-II

 

Regia – Mike Flanagan (2011)

 

Mike Flanagan è un simpatico ragazzo nato nel 1978, che ha all’attivo 23 titoli da montatore e, fino a questo Absentia di cui parliamo oggi, ha diretto otto film. Forse qualcuno si ricorda Still Life, risalente al 2001. Regista indipendente e abituato a destreggiarsi con budget molto bassi, non si accontenta di giocare in moviola e dietro la macchina da presa, no. Lui è  compositore, sceneggiatore, produttore, nonché curatore di effetti speciali. Ah, sì, dimenticavo quasi di dire che si diletta anche come direttore della fotografia. Il suo incontro con l’horror è datato 2005: Flanagan gira un corto, Oculus, che lo porta a vincere una quantità impressionante di premi. Nel frattempo, dirige e monta documentari e serie televisive. Si arriva così al 2011, quando Flanagan con 70.000 dollari, la solita Canon 5D, tre attori e un sottopassaggio stradale, realizza una delle opere più paurose degli ultimi anni. Un film da incubo, un piccolo miracolo che si svolge tra un appartamento alla periferia di Los Angeles, le strade desolate del quartiere, pochissime scene in una stazione di polizia e, ovviamente, il fetido sottopassaggio di cui sopra che, vi giuro, me lo sogno ancora tutte le notti. Saranno forse una ventina di metri che passano sotto a un cavalcavia, ma bastano e avanzano per causare brividi e pelle d’oca. 

Absentia è la storia di due sorelle: Tricia (Courtney Bell), il cui marito è scomparso da sette anni, e Callie (Katie Parker), che la va a trovare per starle vicino nel brutto momento in cui bisogna dichiararlo morto, appunto, in absentia. Tricia è incinta e non sappiamo chi sia il padre del bambino; Callie ha un passato di tossicodipendenza che pare (neanche troppo) aver superato grazie alla fede. Una medita e va in analisi, l’altra prega tutte le sere di riuscire a rimettere insieme i pezzi della sua vita. C’è un detective della polizia assegnato al caso del marito di Tricia che ogni tanto passa a casa sua e le dice di traslocare in fretta, perché quello non è un quartiere sicuro. Ci sono i volantini con su scritto “missing” che Tricia si ostina ad attaccare ad alberi e a muri. C’è il certificato di morte da firmare e il senso di colpa per essersi arresa. C’è Callie che va a correre tutte le mattine, all’alba, e Flanagan che la segue come una sanguisuga, quasi la stesse spiando, e ce la fa vedere mentre si inoltra nel tunnel, scompare in campo lungo e riappare dall’altro lato. Mentre noi abbiamo sentito improvvisamente freddo. C’è un rapporto tra sorelle che è tratteggiato con una delicatezza e una sensibilità rare. Ci sono i tempi per affezionarsi e per capire come ragionano e agiscono i personaggi. E quindi per provare delle emozioni nei loro confronti e per sperare che non gli succeda niente (altro) di male. C’è un realismo estremo, ai limiti del minimalismo documentaristico, di ambientazione, dialoghi e messa in scena, che potrebbe far pensare quasi a un found footage, se non fosse che Flanagan riesce persino a essere elegante quando ha la possibilità di sbizzarrirsi un po’ e poter affondare la lama nella nostra inquietudine.
Riesce, insomma, con 70.000 dollari, tre attori, la solita Canon 5D e il fottuto maledettissimo tunnel, a fare del cinema. Volergli bene è un obbligo morale.

Dicevamo, cinema

Dicevamo, cinema

 

Non prendetemi per matta se parlo di cinema a sproposito. In realtà ho delle motivazioni ben precise. Absentia è un film a tratti ingenuo, forse un po’confuso in alcuni passaggi, che paga comunque il budget irrisorio con cui è stato realizzato, soprattutto da un punto di vista fotografico. E non potrebbe essere altrimenti. Ma Flanagan non è un ragazzino armato di telecamera che prende, la fa traballare in giro di qua e di là e pretende di spaventarci con le apparizioni improvvise nel buio. Flanagan è uno che possiede una visione ben precisa, uno stile maturo e consapevole, e che dimostra una concezione della paura, del soprannaturale, insomma di ciò che quelli bravi definiscono perturbante, molto personale e basata sull’intimità e la psicologia dei personaggi, più che sul facile effetto del balzo sulla sedia. Nel momento in cui l’anima fantastica di Absentia viene fuori, Flanagan ha preparato il terreno così bene, che noi siamo obbligati a credergli. E ci lasciamo spaventare da un’ombra lungo le scale, da un volto che appare per qualche secondo tra i vestiti di un armadio, da un rumore dietro la tenda di una doccia. Basta pochissimo, quasi niente, e lo spettatore è all’erta. Perché il regista lo ha portato dove voleva lui. E per farlo non ha utilizzato dialogoni minacciosi che spiegano ogni cosa, non ha messo in campo 85 sbudellamenti in cgi, non ha alzato a un volume inconcepibile gli archi ogni volta che inquadrava il tunnel. Flanagan usa il silenzio, usa le pause, usa un tappeto elettronico molto sommesso a commento delle immagini. Dosa le informazioni, non ci dice tutto, lascia che a parlare siano gli sguardi tra le due sorelle, o fra Tricia e l’agente. Il senso di colpa di Tricia non viene sbandierato a destra e a sinistra. Basta solo il dettaglio del certificato di morte del marito per farci capire come si deve sentire una donna che non ha la più pallida idea di dove sia finita la persona che amava. E la paura, si sa, arriva strisciando, si fa strada tra le angosce quotidiane e se ne appropria, diventando lo specchio delle nostre miserie.

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Absentia è un film che potrebbe anche risultare indigesto agli amanti della chiarezza a ogni costo. Lascia infinite domande, molte (forse addirittura troppe) cose non dette, soprattutto dovute all’impossibilità (70.000 dollari, lo ripeto) di esplorare visivamente il lato soprannaturale della vicenda. Ma sono difettucci su cui passo sopra molto volentieri, perché il risultato d’insieme è un qualcosa che supera ogni aspettativa e, oltre a far riflettere su discorsi fatti proprio in questi giorni, mi fa ben sperare sul futuro di Flanagan come regista di horror atipici e sommessi. Dopo tante grida, tanti bombardamenti di immagini, tanta frenesia, è sempre bello ritrovare dei tempi dilatati e tutta la pazienza del mondo per terrorizzarti a morte.

Recensione di Eddy

Trailer del film

Elenco dei premi vinti da Absentia

 

8 thoughts on “Absentia

    • Proprio lui! Proprio il nostro caro solitario di Providence.
      Non ne ho parlato nell’articolo per non spoilerare e anche perché mi dicono: eh, ma tu metti Lovecraft dappertutto :D

      • E magari ti dicono (prendendone uno a caso, per esempio, io) anche che fai bene a mettercelo :D
        Comunque se Flanagan si approccia a queste tematiche direi che, almeno parzialmente e con gli ovvi limiti che ne seguono, il budget risicato può persino essere funzionale nel mantenere quell’alone di indescrivibilità tipico delle abominevoli realtà “altre” -con i loro abitatori- che premono sulla nostra (in effetti, il sottopassaggio mi ha richiamato alla memoria un giovanile omaggio Kinghiano nei confronti di Lovecraft, “Orrore a Crouch End”) …e allora pure un accumulo di non risposte e di non visto, in questa prospettiva, riesce in fin dei conti a non pesare eccessivamente (senza nulla togliere al fatto che, potendo disporre di congrui effetti speciali, un regista in gamba quale Mike Flanagan sembra essere avrebbe potuto disvelare qualcosa di più senza che brivido, mistero e inquietudine perdessero la loro efficacia originaria…del resto un tale Gordon certe realtà ce le aveva mostrate eccome ;) ). Detto questo, vado a caccia di Absentia seduta stante…

  1. Il cinema che piace a me.Senza fretta,con le sospensioni e le tensioni non sottolineate da effetti sonori,(il silenzio fa una paura della madonna,altro che),e poi amo molto i personaggi tormentati,fragili,ed il terrore in ambienti urbani degradati o facilmente riconoscibili
    e intanto stanno preparando il remake della bambola assassina,olè!

    Grazie per la segnalazione,lo cercherò sempre se ci son i sottotitoli

  2. Non ho mai amato gli spiegoni a ogni costo, o il chiarire qualsiasi aspetto. Per questo ho apprezzato il lavoro di Flanagan che, sarà pure per limite di budget, è convincente nel dimostrare che non gli interessa più di tanto approfondire – miracolo!
    Non sono neanche deluso dalla fotografia. I 70mila si sentono, ma c’è chi spende di più e ha risultati peggiori.
    Avrei da ridire sul minutaggio. Dieci minuti in meno avrebbero giovato.

    Nel complesso sono molto entusiasta, e dire che non mi ha mai spaventato – non sto bullandomi, è una constatazione, se dicessi di cosa ho paura sarei deriso con merito.

    Ora 70mila euro, o dollari, cosa sono? Metà stipendio annuale di un calciatore mediocre? Ho detto tutto.

  3. “Still Life” l’ho visto, questo colpevolmente no, ed è già del 2011. Lo recupero subito.
    Da come lo descrivi questo sottopassaggio m’hai riecheggiato l’utilizzo dell’ascensore nell’omonimo bello e dimenticato film di Maas degli anni ottanta. Ciò che ci può essere di più comune e impensato per generare una sensazione di disagio se non finanche, poi di terrore.

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