Cara Vecchia Serie B – Seconda Parte

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Parliamo un po’di cifre in questa seconda puntata. Le cifre sono importanti, dicono tantissime cose. Parliamo di date e costi, soprattutto, e partiamo dal 2003, utilizzandolo come anno spartiacque, anche se è una periodizzazione un po’schematica e di comodo. Ma credo che sia importante porsi dei limiti temporali, altrimenti non se ne viene a capo. Cosa succede di tanto importante nel 2003? Esce un film francese, dal titolo Haute Tension. Il regista è il promettente (promesse non mantenute, ma in questa sede non ha molta importanza) Alexandre Aja, qui alla sua opera seconda. Il budget stimato da imdb è di 2.300.00o euro, robetta per un prodotto americano, medio-basso per un film europeo, soprattutto se di genere.  L’anno successivo è la volta dell’esordio di Pascal Laugier, con il suo Saint Ange. E così comincia il periodo d’oro dell’horror francese, che avrebbe portato a investire la considerevole cifra di sei milioni e mezzo di euro (sempre mezzo milione in meno di Dracula 3d) per realizzare, nel 2008, Martyrs. 

Cambiamo paese e trasferiamoci in Inghilterra nel 2005. Un ex montatore, al suo secondo film da regista, realizza quello che è forse (per me sicuramente) l’horror più importante, fondamentale, seminale del decennio passato. Un horror europeo, del costo di 3.500.000 sterline. Parliamo ovviamente di The Descent e di Neil Marshall.
2006: Esce Severance. Costo approssimativo di cinque milioni di sterline. E anche qui abbiamo un giovane regista britannico alla sua opera seconda. Quel Christopher Smith che se solo ce ne fosse uno in Italia, o anche mezzo, per carità, ci accontentiamo, bisognerebbe stendergli strade lastricate d’oro e costruirgli un monumento equestre a Piazza del Popolo.
2007: Tom Shankland dirige W delta Z, seguito a ruota, l’anno successivo, da The Children. Entrambi i prodotti hanno un budget inferiore ai cinque milioni e sono finanziati anche grazie al supporto della lotteria nazionale inglese.

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Spagna, anno del Signore 2002: Brian Yuzna produce  Darkness, anche questa un’opera seconda, anche questo un horror europeo. Il budget, dato il cast coinvolto, è un po’più alto, circa una decina di milioni di euro, ma ci aggiriamo sempre intorno a costi contenuti, come la Factory di Yuzna e soci impone. Lo stesso anno, esordisce anche Paco Plaza, con Second Name, tratto da Ramsey Campbell. Il film di Plaza, poverissimo, costa appena 2.500.000 euro. Passa un po’ di tempo e i due si incontrano per realizzare Rec. E lo sapete quanto è costato Rec? Un milione e mezzo. E sapete invece quanto ha incassato Rec in tutto il mondo? Trentadue milioni di dollari. Fate due conti.

Ho scelto i tre paesi più rappresentativi della cosiddetta rinascita del cinema di genere europeo, ma potrei aggiungere al mucchio anche Germania (Rammbock – 2010); Norvegia (Cold Prey – 2006, Trollhunter – 2010); Belgio (Calvaire – 2004); Svezia (Lasciami Entrare – 2008). E non ho neanche fatto un elenco esaustivo dei registi britanici, francesi e spagnoli più importanti. Non ho accennato ad Amenabar, per esempio, il cui splendido Tesis risale addirittura al 1996.

Perché questa lista di nomi, date e budget? E cosa ha a che vedere con noi? La risposta è: niente, purtroppo niente. Perché, se vi mettete a confrontare quello che si faceva in Italia, nello stesso periodo analizzato più sopra,  cominciate a sbattere ripetutamente il cranio contro il muro, fino a trasformarvi in una grottesca poltiglia di sangue e cervella.
E per pietà io non parlerò di Stati Uniti e non parlerò di quello che capitava in oriente. Non vi farò vedere il primo trailer di Gwoemul 2, che è costato nove milioni di dollari e che ha degli effetti speciali che fanno strabuzzare gli occhietti. Anzi, sì, ve lo faccio vedere, così vi mettete a piangere con me.

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Cold Prey – Saga slasher norvegese

Se Gran Bretagna e Spagna hanno dalla loro una tradizione di cinema fantastico (specialmente la Gran Bretagna) molto corposa, i francesi si ispirano a una tradizione che appartiene a noi. In fin dei conti, Aja non ha fatto altro che rielaborare in chiave moderna e aumentando la violenza a dismisura, le atmosfere degli horror italiani. Laugier in persona ha poi dichiarato che per il suo Martyrs aveva Argento come punto di riferimento. È singolare, perché l’innovazione che il cinema francese ha portato al genere negli ultimi anni non può essere messa in dubbio da nessun punto di vista. Ma i francesi son dei burloni. Guardate Amer (2009), dove la burla raggiunge risultati sopraffini. Ma Amer è un caso più unico che raro, è una copia fedelissima di quello che facevamo noi negli anni ’70, un’operazione elegante e nostalgica che, per quanto divertente, lascia il tempo che trova. Il gruppo di autori francesi che ha riportato alla ribalta l’horror estremo e violento nello scorso decennio, ha impresso una nuova spinta al genere tutto, facendogli fare un balzo in avanti sia dal punto di vista della rappresentazione grafica della violenza, sia da un punto di vista stilistico e, infine (ma questo vale soprattutto per Laugier), da un punto di vista contenutistico. La reazione italica è stata: eh, ma noi certe cose le facevamo meglio trent’anni fa. Oppure: hai visto come siamo fighi che i francesi ci copiano? Entrambe le affermazioni sono, ovviamente, false. Non le facevamo meglio, certe cose, e nessuno ci sta copiando. Non le facevamo meglio perché qui non si tratta di dare giudizi di valore, o di fare la gara a chi è più bravo. Si tratta di procedere oltre le influenze dichiarate e sottaciute, e guardare ai risultati. E i risultati dicono che A’L’interieur, Them, Martyrs, Haute Tension (aggiungete titoli), sono film che se ne stanno tranquillamente in piedi da soli, non hanno il gusto della citazione o della nostalgia fine a se stessa come unica ragion d’essere. Possono piacere o non piacere, possono essere derivativi o pieni di originalità, ma appartengono in tutto e per tutto, al decennio in cui sono stati realizzati.

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Sarebbe ridicolo se, oggi, nel 2012, i registi inglesi si mettessero a rifare da capo la Hammer, o se quelli spagnoli prendessero, e di punto in bianco, cominciassero a girare come Jesus Franco negli anni ’60. Sarebbe ridicolo per gli altri. Non per noi, che quello ci ostiniamo nel fare, quello che ci ostiniamo a guardare e quello ci ostiniamo a riproporre, nei secoli dei secoli e amen, in un atteggiamento di chiusura, un trincerarsi dietro a un qualcosa che ormai esiste solo nelle nostre teste. Si sa, noi italiani abbiamo il giallo nel dna. E da lì non si scappa e non si esce. Non c’è possibilità di proporre qualche novità. Chi ci prova, magari ha un qualche riconoscimento all’estero, ma qui da noi ha vita breve, misera e oscura. Penso a Road to L. (recensione di mio figlio), che è forse uno dei migliori mockumentary mai realizzati; penso a At the End of the Day, uno dei pochi prodotti italiani che non si ispira ai B movie nostrani, ma ha le palle di guardare altrove; penso a Zuccon e ai suoi incubi lovecraftiani.
Ma no, noi siamo stati in grado di guardare con sufficienza persino a The Blair Witch Project perché, cazzarola, aveva copiato Deodato. Almeno gli americani, sul passato glorioso, ci lucrano sopra coi remake. Noi ci limitiamo ad affondare nella melma di un cinema asfittico e senza una prospettiva che è una. Mentre, a pochi chilometri di distanza, si tenta di dare valenza industriale e dignità artistica a un genere che qui è rimasto al palo anche a causa di un’assurda, anacronistica rivalutazione del trash più bieco.

Non è solo un problema di soldi. È un problema di idee, un problema di registi, di sceneggiatori e produttori. È un problema di non aver prestato sufficiente attenzione alle nuove tecniche, alle infinite possibilità offerte dal digitale. La Casa Muda è stato girato con una Canon 5d, in Uruguay, ed è costato 6.000 dollari, praticamente quello che s’è magnato Brignano in una delle sue commedie imbecilli a caso.  Non c’entrano una beneamata fava, i soldi. Paranormal Activity, per quanto io lo detesti con tutto il mio cuore di pietra, ne è costati 15.000, incassandone settantasette solo nel primo fine settimana di programmazione. Smaccata operazione commerciale quanto volete, ma rende abbastanza l’idea del concetto che sto cercando di far passare. Quando due registi australiani sconosciuti riescono a realizzare il loro film vendendone i fotogrammi su internet, e commercializzandolo tramite torrent, ci si rende conto alla svelta di quanto indietro siamo rimasti e di quanto ormai il divario sia diventato incolmabile. E vogliamo solo accennare, restando in ambito europeo, al fenomeno Iron Sky?

Non è neanche un problema linguistico: è evidente che il cinema inglese sia avvantaggiato, ma mi sembra che Rec sia girato in spagnolo, così come El Orfanato, mentre provate solo a chiedere a un regista francese di non girare nella propria lingua e vi arriva dritta dritta una pernacchia con spruzzo di saliva allegato. Poi questi se ne vanno negli Stati Uniti (perché gli americani cretini cretini non sono) e per ovvi motivi, girano in inglese. Ma se restano nei loro paesi, non si pongono neanche il problema. Tanto poi gli americani fanno l’istant remake anglofono nel giro di una settimana e passa la paura.

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E prima che qualcuno mi accusi di essere cattiva e spietata, lo so che è difficile. Credetemi, lo so perfettamente. Dell’ostracismo e dell’idiozia dei critici, del pavido adagiarsi dei produttori, della pigrizia diffusa nel pubblico, ne ho parlato tante volte. Forse qui da noi è davvero molto più difficile che altrove. Ma non credo che in Francia nel 2002 fosse semplice, come non credo lo fosse in Spagna nello stesso periodo. Eppure lì ci sono riusciti.  Non so quanto il cinema svedese o belga navighi nell’oro. Ma qualcosa hanno realizzato, hanno sfidato il mercato e, in un certo senso, hanno vinto. Potremmo provare anche noi a uscire dal guscio dorato di una tradizione ormai tramontata e provare ad accollarci qualche rischio. Se lasciamo stare Argento, se la smettiamo col citazionismo, se troviamo un nostro linguaggio, se ci guardiamo semplicemente intorno. Che tanto, da perdere abbiamo davvero poco.

La prima parte dell’articolo è qui

39 pensieri su “Cara Vecchia Serie B – Seconda Parte

  1. Stupenda seconda parte, Lucia.
    E’ proprio vero che da perdere abbiamo poco- è ora di vederlo come un vantaggio e rimboccarsi le maniche, piuttosto che piangere sul latte versato.
    Dracula 3D è stato così superfluo (non trovo altri termini) che è meglio stendere un velo pietoso. E il resto dell’Europa ci fa ciao con la manina…

  2. Il confronto è semplicemente impietoso. E per spaziare in altri generi che dire di “The Raid” ? L’hanno fatto in Indocina. Cioè l’Indocina ! Ed uno dei migliori action del decennio ! Credo che andrò a prendere a craniate il muro. In preda allo sconforto…

  3. Il problema, io credo, è che a noi italiani ci piace crogiolarci, vivere nel passato, magari lamentarci anche a livello di registi e produttori ma poi limitarci a questo.
    Io credo- assumendo come spartiacque il periodo 1993-95 che io considero la vera fine del cinema di genere italiano che abbiamo voluto incartarci sempre più su noi stessi e nel nostro più becero provincialismo.
    Semplicemente non abbiamo voluto rischiare: il giallo era comodo,le fiction di preti e santi ancora di più( quando la televisione sarebbe potuta diventare una gran valvola di sfogo per attori e registi) così ora che il sistema è arrivato alla frutta, ora che perfino i dirigenti Rai ammettono che le loro fiction non riescono a venderle fuori confine ci ritroviamo con le macerie in casa.
    Oltretutto non capirò mai come mai in Inghilterra Channel Four ti fa Dead Set mentre qui in Italia quando va bene ti ritrovi Don Matteo mentre quando va male ci cucchiamo Bakita la Santa Africana.

    • Un passato che sarà la nostra rovina, ormai è inutile negarlo.
      Andare oltre è un miraggio, sia perché comunque il cinema di genere in questo paese ha perso dignità e credito, sia perché non ci sono autori in grado di riscattarlo.E se anche ci fossero, chi avrebbe l’incoscienza di distribuirgli nelle sale un film che non è da incasso sicuro?

  4. “Non è solo un problema di soldi. È un problema di idee, un problema di registi, di sceneggiatori e produttori. È un problema di non aver prestato sufficiente attenzione alle nuove tecniche, alle infinite possibilità offerte dal digitale” quanto hai ragione, madre mia. E grazie per la citazione :P

      • Comunque, lo stesso Federico Greco mi ha dato un esempio di produttori che prima finanziano un film e poi lo tengono nel cassetto. Allora qualcosa di oscuro e poco chiaro c’è ed è proprio a quei livelli…

      • Già, un caso isolato del quale sai bene quanto riconosca la grande importanza ;) e che mi aveva dato l’illusione momentanea di una buona ventata di aria fresca nostrana per il genere (perchè sì, trattavasi di mockumentary ma con dignità pari a un film vero e proprio)…purtroppo poi i fatti hanno continuato a ricordarci che nemmeno cinematograficamente siamo degni di far parte dell’unione europea (e, mi spiace, ma pochi lampi di luce quà e là non rischiarano la notte). Quello che mi fa girare i coglioni è che le idee non mancherebbero di certo, come la coppia Greco/Leggio, Zuccon e Alemà hanno dimostrato nei rispettivi lavori…giusto per fare un esempio, pensa cosa potrebbe venire fuori da un buon adattamento su grande schermo della produzione letteraria di Valerio Evangelisti (cosa di cui si parla da anni e che non pochi appassionati vedrebbero favorevolmente, credo).
        P.S. Riuscisti poi a leggerlo il fumetto di Road to L.?

        • No, ancora non sono riuscita a leggerlo, sono imperdonabile e incasinatissima :D
          Comunque il problema è così complesso che anche cercare di dare una spiegazione con due post, porta a risultati superificiali, che non considerano ogni fattore in campo.
          Ne andrebbe scritto uno solo ed esclusivamente sulla distribuzione. Ma è un argomento anche mooolto noioso.

  5. Non credo sia difficile. Almeno non arrivare a pensarci. Il problema qui da noi è che dovunque c’è la filiera, come retaggio culturale. Ognuno deve guadagnare qualcosa dall’idea del singolo, se contribuisce alla sua realizzazione.
    Cosa non sbagliata in sé, intendiamoci, tranne quando diventa imposta, ovvero: o passi dalle forche caudine della produzione, dei consigli d’amministrazione, dei favoritismi, delle leccate di culo, o il film non lo fai.

    Almeno questo è quello che percepisco io, dall’esterno.

    • Ma arrivare a pensarci non è infatti difficile. Le difficoltà stanno tutte nella realizzazione e, una volta realizzato il film, nella distribuzione, perché il rischio grosso è che il tuo film bello fatto, finisci per dartelo in fronte.
      Certo, ci son sempre i festival e spesso sono un canale utilissimo per la diffusione dei prodotti, soprattutto indipendenti e di genere, ma non è sufficiente a dare una spinta industriale al cinema qui in Italia.
      Autoprodursi un film è un’operazione molto difficile. Comunque devi disporre di un capitale di base, rischiarlo di tasca tua, trovare collaboratori anche a titolo gratuito. Bisogna comunque mettere su una squadra, da solo non puoi farcela. E spesso, finisci che ti si blocca tutto in mezzo alle riprese perché i soldi sono finiti.
      A quel punto, persino l’idea conta poco.
      Per questo, io credo che, subito dopo che creativo, il problema sia essenzialmente produttivo.

  6. Aggiungerei che con un milione di euro in più rispetto a Dracula 3D, è stato girato Iron Sky (fonte imdb) che è qualcosa di qualitativamente più interessante e innovativo (però manca dell’espressività di Asia Argento…).

  7. E cosa ci devo aggiungere? Non è una questione di “Lo facciamo meglio?”, è ormai tardi. La domanda è “Cosa facciamo, adesso?”. Eppur qualcosa si muove, ma ancora non capisco (ignorante, io, ma lo dico sempre) chi è che comanda su questo tipo di scelte… a me sembra logico che una volta che un’auto non va più, dopo anni di meccanico e seppur affezionatissimo, sia da cambiare con un modello nuovo. Ma la paura in Italia è sempre stata quella del formaggio. Il cambiamento è perturbante.

    Eppure i cinema si riempiono quando c’è Brignano, Boldi, De Sica, tette, culi, tradimenti, panettoni e malintesi.
    Perché mantenere lo status quo permette di mantenere stabili anche i guadagni. E buone le pecore.

    • A saperlo cosa si muove…
      IL problema è che pure i guadagni stanno calando, che la gente non va neanche più a vedere, non come un tempo, le tette e i culi, perché tanto li può vedere comodamente in tv, e quindi che cosa esce a fare?
      Se il cinema si è appiattito sul modello televisivo, fino a rendere i due media indistinguibili, diventa complicatissimo fare qualcosa che spinga il pubblico a pagare 8 euro e a sedersi in una sala.

  8. Che dire?Lo speriamo. Però sai una cosa, se fosse solo un problema di cinema di genere, di mancanza di idee e spessore nel cinema di genere, mi dispiacerebbe , relativamente. Quello che mi preoccupa è il nulla assoluto che ha colpito anche le nostre robuste radici cioè quelle della commedia e del cinema neo realista. Questa crisi generalizzata ,che va oltre al genere e investe il nostro prodotto interno è preoccupante,mostra una classe creativa-industriale in piena decomposizione.Una crisi che più di natura economica mi par sia veramente una mancanza di saper Creare,perchè i soldi si fanno con le storie e le idee di regia. Il crollo dell’immaginario collettivo a 360 gradi,in tutti settori,e questo va oltre alla questione economica che è importante ,ma a mio avviso per il nostro cinema secondaria.Sul cinema di genere italiano e se ci fossimo sbagliati?Se il movimento di fine 80 inizi 2000 fosse da rivedere e correggere.Forse ci siamo troppo ubriacati di giustificazionismo,fantasticato e creato leggende quando c’era al massimo del sano lavoro artigianale.Abbiamo talmente ingigantito il passato e il suo mito da non esser più capaci di farci i conti con il dovuto distacco e quindi campando su vittimismi- come erano cattivi e brutti contro il cinema di genere Tutto, quanto erano fighi gli anni 70 SEMPRE-e altro.
    Il problema economico viaggia in pari con il vuoto assoluto del settore creativo, non bastano qualche rondinella per farci gridare al miracolo, a una certa apatia del pubblico-massa amorfa e parlo di quelli che non sono appassionati di cinema e che però contano perchè sono quelli da conquistare e oggi li smuovi con il peggio dei brignano,bandiera e co…Insomma partendo dal cinema di genere,dal suo lato economico credo che questo post metta in luce anche altro,o sono io che vado sempre ot eh!

    http://lospettatoreindisciplinato.blogspot.com

    • Il problema e’ che poi molti di coloro che hanno vissuto e bene per tanti anni, grazie all’”eta’ d’oro” dei “generi” popolari. Cozzi ad esempio, che e’ da una vita che vive grazie ad Argento lo difende anche con l’argomento che – e clamorosamente non e’ vero- anche gli altri grandi registi del new horror e del thriller della sua generazione come Carpenter, De Palma, Romero ecc., sono appannati o comunque stanchi e in una “crisi creativa” rispetto ai loro anni migliori. E lo stesso sproloquia Bava Lamberto per convention e festival, ma stiamo scherzando, una sola sequenza come il ballo delle ragazze in “The Ward” che per Carpenter e’ certamente solo un “prodotto medio”, vale l’intera filmografia di Argento post- 1993 e Bava Lamberto tutto. Ma poi non scherziamo: Argento 1996 “La Sindrome di Stendhal”. Carpenter 1994-1995 “Il Seme della follia”/ “Il Villaggio dei Dannati”. Argento 1998- 2009: “Il Fantasma dell’Opera”, “Nonhosonno”, “Il Cartaio”, “La Terza madre”, Carpenter 1998- 2001: “Vampires”, “Fantasmi da Marte”.
      Vogliamo davvero anche solo tentare qualsiasi possibilita’ di un sincero confronto?
      Questo e’ il livello di cieco “protezionismo” che attuano coloro che sono “reduci” da quegli anni irripetibili del nostro cinema, zavorrando e ammorbando ogni possibilita’ di serio e fecondo slancio e confronto con le altre cinematografie europee che lo praticano adesso e bene, il cinema nei suoi generi filoni e “sottogeneri” gloriosamente popolari, e non come si faceva fermatisi al 1980.
      Scusate forse per la tediosita’ ma era necessario.Per non parlare di Romero e De Palma che sono ritornati e confermatasi -se ce ne fosse il bisogno- sempre con film che sono stati anche eccellenti come “Redacted” o il decisivo “La Terra dei morti civenti” e il bellissimo “Diary of the Dead”.

      • Ecco, infatti. L’appannamento dei registi americani che hanno fatto grande l’horror è una scusa bella e buona inventata dai falliti di casa nostra. The Ward sarà anche un prodotto medio su commissione, ma hai ragione quando ti riferisci alla scena del ballo: basta e avanza quella per disintegrare tutta la filmografia di Argento dell’ultimo periodo.
        E fa tanto male.

    • Erano fighi perché il deserto è tale che tutto ci sembra bello.
      Erano un periodo di sicura creatività e anche un momento in cui si tendeva a sperimentare.
      Il problema è che cinema di genere, d’autore, quel che è…io lo sai, non faccio distinzioni poetiche. Qui è sparito il cinema nella sua globalità.

      • esatto è quello che intendevo io.Non c’è più un cinema nazionale,in nessun settore- io invece le distinzioni le faccio,perchè etichetto le persone,per prima me stesso,figurati se non lo faccio con le cose-e questo mi fa davvero male.Vuol dire non avere nulla da dire,e se ce l’hai ti viene bloccato,annacquato , respinto…

  9. ti incollo il commento che il notissimo sceneggiatore,cantautore,scrittore,Gianfranco Manfredi ha fatto sul mio profilo facebook dove ho incollato il link a questo tuo articolo,ti faccio pubblicità spietata eh!

    Per saper se concordi
    Il punto, non secondario, è che se proponi un horror, in Italia non trovi un produttore. Essendo il cinema ormai schiavo della televisione e dato che un horror in prima serata non passa, a chi può interessare investire in un horror? Non parlerei di incapacità degli autori, perché mica bisogna guardare solo a quelli esistenti, capaci o no, che ci provano comunque, ma anche ai tanti capacissimi che non ci provano neanche più perché sanno che sarebbe tempo sprecato. In Italia, se anche si riesce a realizzare un horror, oltre a non farti passare in TV, non ti danno neanche le sale. E allora cosa serve fare un film? Per farlo vedere a un festivalino o ai quattro amici al bar?

    Tuttavia oggi esiste la tv a pagamento,perchè sky non dovrebbe puntare su un cinema di genere fresco e dirompente come i seni di Rhona?E comunque mi sa che di genere in italia non vedremo più nulla e nemmeno di altro,ma che culo ci sono i film con bandiera!

    • Non sono del tutto d’accordo. Verissimo è che a livello distributivo siamo messi in un modo spaventoso, ma è anche vero che i pochi horror che facciamo sono comunque quasi tutti pessimi,
      e un motivo ci sarà, no?

      • IN THE MARKET RULES! ^_^

        si,anche io la penso come te.Vero che vieni rimbalzato,ma ci sono vie traverse oggi per farsi conoscere,canali nuovi,cioè non da diventare popolarissimo,ma guarda avessi anche solo una decina di fans accaniti è pur sempre un cominciare e poi il mercato estero potrebbe interessarsi se fossimo meno ..italiani.
        Diciamo che sono le cose scritte da Manfredi- che comunque non è l’ultimo che passa- e quelle dette da me,te e tutto il cuccuzzaro

  10. Che ti posso dire se non accordo totale? Io sono capace di difendere il cinema italiano contro tutto e tutti, anche quando è una partita persa in partenza. Però, se in altri generi vedo movimento (anche minimo) e spiragli di originalità ed impegno, nel campo dell’horror vedo davvero il vuoto. E anche se non sussistesse il paragone con il cinema europeo il vuoto sarebbe ugualmente evidente. E la cosa brutta è che sono convinta che non si tratti né di disinteresse né di incapacità, ma solamente di una serie di scelte sbagliate da parte di tutte le parti in causa.

    • Sì, scelte sbagliate, isolazionismo, provincialismo, miopia assoluta nei posti di comando. E chi più ne ha più ne metta.
      E di giovani aspiranti registi, anche molto bravi, ne conosco…

  11. Splendido post (tra l’altro ricco di spunti per successive visioni, visto che in tema di horror europei a parte quello spagnolo non sono molto ferrato). Anche la lettura che fai della situazione italiana mi vede completamente d’accordo: sono convinto non sia un problema di soldi, ma di idee, registi e produttori che mancano.

    • I soldi sono un problema, ma solo fino a un certo punto.
      Il fatto è che grazie a nuove tecnologie e nuovi mezzi di diffusione, anche un film ultraindipendente può essere visto da tantissime persone…
      solo che questa cosa all’estero è arrivata, da noi siamo indietro di una ventina d’anni :(

      • come dicevo qualche settimana fa, ho sfruttato questo post per alcune visioni: in particolare ho visto due film di smith, creep e severance, davvero notevoli (specialmente l’ambientazione di the creep). D’accordo poi sul fatto che Descent è in assoluto l’horror migliore degli ultimi dieci anni, anche se gli altri film di marshall mi hanno deluso assai.

        • Per me tutti i film di Marshall sono grandiosi.
          Dal primo all’ultimo. E anzi, ti dirò che preferisco Doomsday a The Descent, anche se Doomsday non è un film dell’orrore.
          Sono contenta che tu abbia apprezzato i primi lavori di Smith.
          E ti consiglio caldamente di vedere Triangle. ;)

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