Nightcrawler

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Regia – Dan Gilroy (2014)

Che da noi è uscito col titolo de Lo Sciacallo, in virtù della necessità, da parte del Consiglio dei Titolisti Malvagi, di dare sin da subito una connotazione moralista al tutto. Bravi come al solito e mi raccomando ragazzi, continuate così. Si poteva anche lasciare tranquillamente Nightcrawler, che è di complessa traduzione, ma rende perfettamente l’idea del personaggio principale di questo film, di cui lo sciacallaggio non è che una delle tantissime sfaccettature. Anzi, forse ne è l’aspetto più superficiale, anche se forse è quello che si individua con maggiore facilità, data la natura del suo mestiere.
Già, perché Louis Bloom (un Jake Gyllenhaal che si può definire solo col termine mostruoso) vaga di notte per le strade di Los Angeles ascoltando la radio della polizia e, quando sente di un crimine particolarmente violento, si precipita sul luogo, effettua delle riprese, e le va a rivendere alle emittenti televisive locali, sempre a caccia di storie di sangue da spacciare agli spettatori dei telegiornali del primo mattino. Continua a leggere

Oltre il Guado

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Regia – Lorenzo Bianchini (2013)

Quando devo parlare di horror italiano contemporaneo mi vengono i sudori freddi. E in effetti non lo faccio quasi mai. Sarò vigliacca, poco partecipativa, quello che volete voi, ma spesso non me la sento e basta. E, se lo faccio, devo essere davvero convinta della bontà del prodotto che presento qui. E devo poterne scrivere senza pensare di avere a che fare con un parente un po’ scemo ma a cui si vuole tanto bene solo perché è sangue del nostro sangue. Spiegandomi meglio, devo trattare un horror italiano alla stregua del modo in cui tratto, a parità di budget (sottolineatura all’apparenza superflua, ma è sempre meglio essere chiari) l’horror europeo e, perché no, in casi di film ai limiti della sussistenza, anche quello americano. Certo, anche in ambito indipendente, lì il sistema produttivo è talmente diverso da non lasciare molto spazio a infelici paragoni. Ma molto, troppo spesso, mi frullano in testa pericolose domande senza risposta. E la più comune è: perché mai, a parità di budget, il cinema italiano sembra sempre più povero, più sfigato, più amatoriale dei colleghi del resto d’Europa?
Domande senza risposta, appunto.
È tuttavia facilissimo cadere nel pregiudizio negativo ed evitare come la peste qualunque produzione proveniente dal nostro paese. È una cosa che faccio anche io, non tanto per gli horror che comunque si contano sulla punta delle dita, quanto per ciò che ci propinano le sale.
Ma anche il pregiudizio positivo è complesso da scardinare, perché succede spesso che basta che un film sia italiano, che gli attori siano appena meno cani della media, che la fotografia non sia quella di una telenovela brasiliana anni ’80, e tutti si lanciano a parlare di rinascita dell’italico horror.
Quindi, capirete che, non avendo in me un briciolo di campanilismo o di senso di appartenenza, questo secondo attenggiamento mi risulta ancora più odioso del primo. E di solito porta a: “in fondo non è male, per essere un film italiano”, che è forse una delle frasi più insopportabili mai inflitte alle mie povere orecchie.
Tutto questo per dire che se sono così sconsiderata da parlare su questo blog dell’ultimo lavoro di Lorenzo Bianchini, è perché ritengo che abbia poco da invidiare ad altri horror girati in Europa con budget ridotti all’osso. Continua a leggere

E per non farci mancare niente, il Bigfoot!

WillowCreekFeatIl Bigfoot è, forse, tra le varie mostruosità criptoozoloogiche e folkroristiche, la più noiosa da un punto di vista cinematografico. Il perché è presto detto: uno scimmione che saltella per i boschi è molto difficile che, sullo schermo, spaventi qualcuno. Certo, i film sul bestione non mancano, ma si tratta quasi sempre di roba scadente. Nel corso degli anni ’70, il Sasquatch era tra i mostri più amati dalla cultura popolare, soprattutto a causa del filmato del 1967 che ritrae l’essere scimmiesco mentre si fa una passeggiata tra le fratte della California del Nord, girato da  Roger Patterson e Robert Gimlin.
Da lì si scatena tutta una serie di falsi documentari, docu-drama, o film di pura exploitation dedicati al nostro peloso amico. L’ondata si esaurisce col tempo, così come l’interesse per il mostro in questione. E quando anche l’Asylum si occupa di realizzare un film sul Bigfoot (a suo modo, ovviamente), vuol dire che il povero cripto primate è arrivato alla frutta.
Eppure, a ben pensarci, il Sasquatch è una materia molto interessante per un found footage. Devono essersene accorti due registi, molto diversi tra loro, che a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, hanno realizzato il loro personale contributo alla filmografia sullo scimmione silvestre. Pare quasi che sia tornato di moda. Continua a leggere

The Town that Dreaded Sundown

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Regia – Alfonso Gomez-Rejon (2014)

Qualche giorno fa, parlavo con Hell di cinema “derivativo” e ci chiedevamo se il termine sia da intendere sempre in accezione negativa. Io penso di no. Altrimenti un buon 90% delle pellicole (di ogni genere) degli ultimi 30 anni sarebbero da buttare. Però spesso si tende a considerare derivativo una specie di onta da lavare col sangue (o con tonnelate di odio fumante sparso in internet). The Sun that Dreaded Sundown, splendido esordio in un lungometraggio del regista di molti episodi di American Horror Story, è un film derivativo in quasi ogni suo aspetto.
È un remake, innanzitutto e quindi discende per sua stessa natura da un’altra opera. Il film in questione, omonimo, usito nel ’76 e passato di sfuggita in Italia col titolo La Città che Aveva Paura, è uno dei protoslasher più citati e meno visti e, oltre all’inconfutabile importanza storica, non ha poi molti altri motivi per essere visto.
Questa sua versione del 2014 non ne è però un rifacimento in senso stretto, ma una sorta di meta-remake che usa come motore narrativo, nonché fondamentale elemento scenico, il suo progenitore. Insomma, derivativo al cubo.
Io ve lo dico per avvisarvi: il film è uno spettacolo per gli occhi e sarà detestato da molte persone. Perché, in maniera ovvia, voluta e consapevole, un prodotto che non ha autonomia e che vive sulle spalle di una storia già narrata in precedenza.
E tuttavia, se non ci si ferma a questo aspetto, se si scava un po’ e si presta attenzione a come viene messa in scena questa storia già raccontata. ecco che The Town that Dreaded Sundown è uno degli slasher più originali degli ultimi anni. Continua a leggere

Interstellar

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Regia – Christopher Nolan (2014)

Dove Nolan e il suo fratellino, ubriachi marci di Fernet, scrivono una sceneggiatura che ha la leggerezza di un ippopotamo morto e più buchi di uno scolapasta, e ce la spacciano per il capolavoro di sci-fi del millennio.
Si potrebbe davvero sintetizzare così, l’ultimo lavoro di Nolan, se non fosse che non sarebbe giusto, che la prima ora e mezza del film non si merita un giudizio del genere. Una prima ora e mezza così bella (da ogni punto di vista) da lasciare davvero senza fiato e con sette metri di pelle d’oca e brividi a profusione.
Poi accade qualcosa di molto brutto: il film svacca e precipita in una spirale di banalità assortite, pronunciate però con l’enfasi e la retorica con cui di solito ti vengono rivelate le verità universali. E l’ansia di Nolan di voler dare una risposta a tutto e di voler spiegare ogni cosa prende il sopravvento su una storia che avrebbe potuto essere davvero una delle più intense mai portate sullo schermo. Continua a leggere

1970: Il Rosso Segno della Follia

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Regia – Mario Bava
Una donna dovrebbe vivere solo fino alla notte di nozze. Amare una volta e poi morire

John Harrington è un uomo bello, molto ricco, in forma smagliante. Possiede un atelier di abiti da sposa che la sua famiglia gestisce da generazioni. Abita in una splendida villa in campagna e le modelle che lavorano per lui sembrano tutte subire il suo fascino. Ci sono solo due piccoli inconvenienti nella sua vita perfetta: il primo è una moglie (Laura Betti) che lui non sopporta più e che non vuole concedergli il divorzio; il secondo è che John Harrington è un assassino. È lui stesso a confessarlo candidamente alla macchina da presa dopo la sequenza d’apertura, dove lo vediamo far fuori con una mannaia una coppia in viaggio di nozze su un treno. La giustificazione che fornisce a noi spettatori per la sua furia omicida è un trauma infantile rimosso, riguardande la morte della madre, e che viene a galla un po’ per volta ogni volta che John uccide una donna in abito da sposa. Ci dice anche di averne già uccise parecchie, quasi tutte modelle, e di averne bruciato i corpi nell’inceneritore della sua serra. Continua a leggere

Porcherie del mese – Novembre

lammerdaE ci risiamo. Il mese scorso, sembra che abbiate gradito l’esperimento, un compromesso tra la mia decisione di non voler più scrivere recensioni negative e il desiderio di tenervi comunque informati su tutte le schifezze che il genere si ostina a propinarci. Questa volta parliamo di ben quattro film, di cui almeno uno è una delusione così grossa che ancora mi viene da piangere. Anche se avrei dovuto aspettarmelo. Quindi preparatevi perché stiamo per incontrare un adattamento di Poe che scandalizzerebbe persino Roger Corman, un gruppo di imbecilli armati di telecamera, un assassino con un complesso di Edipo irrisolto e persino gli alieni in combutta col governo americano. Tutti film con persino qualche ambizione. Che Dio ci aiuti. Continua a leggere

The Babadook

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Regia – Jennifer Kent (2014)

Classico: “perfetto, eccellente, tale da poter servire come modello di un genere, di un gusto, di una maniera artistica, che forma quindi una tradizione o è legato a quella che generalmente viene considerata la tradizione migliore“.
Tra i tanti significati che ha questa parola, spesso usata anche un po’ a sproposito, quello appena linkato è forse il più pericoloso da attribuire a un film. Ma c’è anche un’altra definizione che mi serve per introdurre un discorso, spero coerente, su The Babadook, ovvero classico inteso come tradizionale.
Ne abbiamo parlato di recente: l’horror sta vivendo un momento straordinario di ritorno ad atmosfere e tematiche classiche. Dopo essere rimasto per lungo tempo ancorato alla realtà, sia per tecnica stilistica che per contenuti, ha recuperato una dimensione fiabesca e soprannaturale.
The Babadook è l’opera prima della regista, sceneggiatrice e attrice australiana Jennifer Ken, costato poco più di due milioni di dollari, in parte raccolti tramite Kickstarter. È un horror soprannaturale che condivide moltissimi elementi con le fiabe, un film inserito in una tradizione ben definita, quella dei terrori infantili e degli uomini neri nascosti nell’armadio e sotto al letto.
Ed è un classico, già a pochi mesi dalla sua uscita. Nel senso che non si limita a far parte di una tradizione, ma si presenta come modello da seguire per l’horror del futuro. Prende tutto ciò che di buono è uscito da questo genere negli ultimi cinquant’anni, lo mescola, lo ingoia e lo risputa come una creazione del tutto nuova e originale. The Babadook è un miracolo, nonché il film con cui qualunque regista dovrà fare i conti negli anni a venire se vorrà mettere in scena tematiche simili. Continua a leggere